Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Il canto del mondo” di Jean Giono
Livorno 13 febbraio 2026 Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Il canto del mondo” di Jean Giono
“Non è mai troppo tardi per leggere un buon libro”
Rubrica di recensioni, a cura dello scrittore e traduttore Maurizio Grasso.
Non sono sempre necessariamente recensioni di libri appena usciti, ma di “buoni libri”.
Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Il canto del mondo” di Jean Giono
Osannato dalla critica e dagli scrittori francesi quando uscì nel 1933, Il canto del mondo di Jean Giono è stato dimenticato e non è mai stato tradotto in italiano, finché la casa editrice “Settecolori” non lo ha dato alle stampe qualche mese fa, a oltre settant’anni dalla pubblicazione.
Il titolo non potrebbe essere più azzeccato. Il canto del mondo è un racconto panico, dove la natura è la protagonista assoluta. La poetica di Giono, autore dalle origini italiane, difficilmente inquadrabile, prevede che non ci si possa accontentare di oleografie agresti: la precisione con cui i tasselli di questo intarsio sono incasellati ne fanno una tela divisionista, in cui lo sguardo d’insieme e l’attenzione al particolare sono due piani separati e complementari.
Anche gli esseri umani che popolano il romanzo, non potrebbe essere altrimenti, sono creature immerse fino al collo nell’ininterrotto fremere dei giorni che inseguono le notti, delineando due realtà e due stati d’animo contrapposti e antagonisti. Vivono in modo ancestrale emozioni ataviche, la paura e il sollievo da essa, l’eros come ricerca del calore animale nell’altro, l’istinto a uccidere per non essere uccisi. L’uomo di Giono non è tornato in seno al proprio ambiente primigenio: sembra non essersene mai distaccato.
Antonio, il protagonista, è un personaggio londoniano che vive nell’isola delle ghiandaie in mezzo al fiume, in una Provenza dalla toponomastica inventata: terra idealizzata, preindustriale, selvaggia e superstiziosa.
Lo chiamano Boccadoro perché inventa canzoni che un intrusivo tamtam porta tutti a canticchiare nella regione; lo si vede apparire all’improvviso sulle rive dove solleva gridolini di decoro e di civetteria da parte di donne discinte che lavano i panni.
Antonio accompagnerà un vecchio amico, Marinaio, che in realtà è un boscaiolo, a cercare l’unico figlio superstite, un ragazzo dai capelli rossi che non è tornato a casa sul fiume col suo carico di tronchi a forma di zattera. Durante le ricerche ne accadono di tutti i colori, come in ogni racconto epico che si rispetti. Incontrano una donna incinta che sembra volersi annegare, la salvano, la fanno partorire con l’aiuto di un’altra donna che vive sola nel bosco, scoprendo poi che la puerpera è cieca. Avranno notizie del figlio disperso, che però si è ficcato in guai seri. Nascondimenti, morti, faide, incendi devono essere sormontati come altrettanti ostacoli perché la vita torni a fluire serena sul grande fiume.
Il canto del mondo ci richiama autori come Adalbert Stifter, Herman Melville, Knut Hamsun, Jack London e in parte D.H. Lawrence (penso soprattutto a La donna che fuggì a cavallo), sebbene è ai poemi epici dell’antichità che Giono ha sempre dichiarato di ispirarsi. Il tono è sentenzioso, solenne e sibillino, parole come pietre ai confini tra il verso libero e la prosa, il lessico attinto a piene mani dalla botanica, dalla zoologia, dall’orografia, dalla meteorologia. Anche le metafore sono spinte dentro queste discipline come succhielli, ne sono estorte con punte d’arpione: una miriade di lemmi impastati in un canto senza note, come ghiaia e sabbia che nobilitano il cemento e ne fanno calcestruzzo.
Nell’epica panteista di Giono, la nomenclatura olimpica è assente e i destini degli esseri viventi li decide una Divinità unica, immanente e anonima, che manda segnali equivocabili come simboli, il verso e il frullar d’ali di un uccello notturno, l’inquietante cigolio di un carro invisibile nella bruma mattutina o il movimento di un piccolo mammifero, silenzioso, non fosse per l’erba o le siepi che smuove al suo passaggio.
Se gli dèi sono indistinti e pervasivi, gli eroi come Antonio, foggiati con muscoli di bronzo come novelli Achille e Ulisse benché plebei dalla testa ai piedi, restano in pista a giocarsi la loro sorte contro una Natura ora benevola ora avversa, secondo la misteriosa lotteria delle congiunture. Sanno far tutto.
La loro scuola sono state le brughiere, le sorgenti e le foreste. Lo spirito di Dioniso anima questa Madre Natura che ha inculcato in tutti una devota memoria per le leggende e le mitologie in cui si perde il confine tra il pagano e il cristiano, a tratti trasforma gli uomini in fauni e le donne in baccanti, coinvolgendoli in scatenati, orgiastici sabba dove ci si frusta con rami di corbezzolo o si dà fuoco a covoni simbolici, con lo scopo di scacciare “il malocchio della terra” mentre un girotondo di volti ebbri si lascia illuminare dalla fiamma viva nel cuore della notte.
Giono maturò il suo ideale rousseauiano dell’uomo che vive in armonia col cosmo dopo la traumatica esperienza della battaglia di Verdun. Avuto sotto i propri occhi l’obbrobrio peggiore mai partorito dall’umanità, rifluì naturalmente verso posizioni agli antipodi sulle quali si mantenne sempre tetragono e coerente. Tuttavia la sua opera, lungi dall’essere il progetto di un ingenuo, di un utopista, è campo di battaglia di sentimenti contrastanti: da una parte il desiderio di prospettare una nuova verginità umana, dall’altra un profondo pessimismo circa la reale capacità e volontà dell’uomo di riavvicinarsi all’ambiente che lo ha visto prima crescere come autoconsapevolezza di un’intelligenza superiore, quindi prosperare, infine lasciarsi corrompere sulla cattiva strada dell’egoismo e dell’interesse.
