Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “La ragionevole speranza. Come i filosofi hanno pensato l’aldilà” di Sergio Givone
Livorno 20 marzo 2026 Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “La ragionevole speranza. Come i filosofi hanno pensato l’aldilà” di Sergio Givone
“Non è mai troppo tardi per leggere un buon libro”
Rubrica di recensioni, a cura dello scrittore e traduttore Maurizio Grasso.
Non sono sempre necessariamente recensioni di libri appena usciti, ma di “buoni libri”.
Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “La ragionevole speranza. Come i filosofi hanno pensato l’aldilà” di Sergio Givone
La ragionevole speranza. Come i filosofi hanno pensato l’aldilà, panoramica complessa e al tempo stesso entusiasmante (nel senso originario di “smuovere le viscere”) di Sergio Givone sull’aldilà nella filosofia, inizia con la commemorazione di Sergio Staino, avvenuta nell’ottobre del 2023 nel Salone dei Cinquecento a Firenze. Sala gremita di vecchi amici e semplici cittadini. Mancava Altan, che inviò una vignetta. Nella vignetta, Cipputi augurava buon viaggio a Bobo. Due personaggi atei creati da autori atei, eppure si parla di viaggio dopo la morte.
Impensabile citare tutte le concezioni dell’aldilà, da Parmenide a Simone Weil, riportate in questo volume pubblicato nel 2025 da Solferino. Nel titolo compaiono due concetti opposti che formano un ossimoro: ragionevole speranza (in Dio). La formula è kantiana. Si può sperare nell’aldilà “ragionevolmente”, come se fosse un fatto probabilistico, il biglietto di una lotteria, e non una questione di fede?
Da sempre lo studioso Sergio Givone si occupa di categorie per i più quasi esoteriche, come l’essere il nulla. Il concetto di aldilà è tutt’uno, per il filosofo piemontese, con la domanda kantiana: «Da dove»? Da dove il mondo sensibile, la realtà? È ciò che lo stesso Kant chiama “l’abisso della ragione”, che separa nettamente la metafisica fideistica delle mitologie antiche dalla logica rigorosa della filosofia. Se le religioni rispondono: «da Dio», la filosofia si chiede allora: «da dove, Dio?». Per Kant l’aldilà resta fuori della portata umana. Poiché non sarà mai oggetto di esperienza, di esso si può dire qualunque cosa.
L’aldilà non appartiene al transeunte, al tempo, bensì all’eterno. All’essere. È Parmenide, ci dice Givone, il filosofo dell’essere per eccellenza, quel Parmenide da cui secondo Platone discende tutta la filosofia. La sola cosa sensata che si può dire dell’essere non è che sia stato creato, ma solo che è. Poiché per Parmenide l’essere è come l’energia per la fisica, ossia non si crea né si distrugge, come potrebbe esistere un luogo dopo la morte? Eppure giunge a conclusioni non dissimili da Eraclito, il filosofo del divenire, l’opposto di Parmenide: che cosa attenda gli uomini dopo la morte, nessuno è in grado di sperarlo e neppure di immaginarlo.
C’è una forte cesura tra antichi e moderni, se ne trovano chiare tracce già nel celebre motto di Cartesio: «Cogito ergo sum»: l’essere deriva dunque dal pensiero, mentre per gli antichi era tutto l’opposto. Nietzsche va oltre. In un’opera giovanile, Verità e menzogna in senso extramorale, il filosofo tedesco preconizza in una parabola la fine dell’umanità e con essa della Storia. La Storia, che per noi moderni è tutto e per gli antichi niente. «Di noi (e della storia) non sarà un bel niente, perché sarà come se niente fosse successo. Il niente della fine è lo stesso niente dell’inizio», scrive Givone interpretando Nietzsche, per il quale la morte di Dio era un abisso di cui l’uomo è ancora ben lontano dal concepire la profondità. Che senso ha per uno come lui interrogarsi sull’aldilà, se non ci sarà più il soggetto dell’aldilà, quell’Homo Sapiens che si è appropriato del concetto di intelletto, il nous che per i greci era invece attributo dell’essere, della verità, in ultima analisi di Dio. La ragione, scippata all’assoluto e consegnata nelle mani di «un intelletto capriccioso che corteggia il nulla», diventa positivismo, nichilismo, che in fondo, per Givone, paiono facce della stessa medaglia.
L’Apocalisse della Storia rende vana ogni riflessione sul “dove andiamo” e quindi anche sul “da dove veniamo”. La ragione che diventa prerogativa, non più dell’essere, ma di un essere mortale è una miserabile lanterna che pretenda di illuminare le tenebre dell’infinito. L’uomo che ha conquistato la Luna e lo spazio brancola in un vuoto di significato, perché ha creato una cesura tra il suo finito e l’infinito che non comprende più e a cui un tempo dava il nome di Dio.
Dove ci porta la conoscenza scientifica e soprattutto, quali risposte dà alla domanda se esista una trascendenza, un infinito, un Dio? Nessuna. L’umanità ha conquistato un pianeta e non sa più perché, ha smarrito la strada che gli antichi avevano tracciato, la via del senso della vita animata da un’intelligenza superiore, ultra-umana. È evidente come Givone, nell’esporre le varie tesi storiche sull’aldilà, manifesti una certa “nostalgia” per questa “morte di Dio”.
Riprendiamo l’excursus. Per Pascal, che ha indagato il concetto di infinito da matematico e vi si è perso, la ragione consiglia di scommettere su Dio. «Puntiamo sul fatto che la nostra vita non è destinata al nulla, cioè alla casualità di un accadere fortuito e insensato, ma alla pienezza di senso, al bene, alla giustizia, alla verità: perché questo è Dio, questo è scommettere su Dio», sintetizza Givone. Scegliere insomma Dio non attraverso la fede, che è irrazionale, ma tramite il ragionamento e, in fondo, la convenienza di una scommessa. È chiaro che Pascal si rivolge ai non credenti: a chi crede non ha nulla da dire.
Tuttavia, dimostrare la ragionevolezza della fede in Dio non significa affatto dimostrare che Dio esiste. Insomma, come Tommaso d’Aquino, sant’Anselmo, Spinoza e tutti gli altri che hanno tentato di provare l’esistenza di Dio con il logos, Pascal ha fallito. Perché molto pragmaticamente «suggerisce all’incredulo di vivere come se credesse».
Ciò non toglie che Cartesio e Pascal, insieme a Newton e Galilei, siano i precursori di un’umanità che si appropria della ragione, ne fa uno strumento di conoscenza laica e non più teologica, anticipando così di un paio di secoli Illuminismo e Rivoluzione industriale. Da allora la Terra è entrata insensibilmente in una nuova era geologica, l’Antropocene. L’uomo si è sdivinizzato, laicizzato, lungi dal comprendere in cosa consista sotto il profilo ontologico questa sua nuova dimensione.
Tra finito e infinito, tra immanenza e trascendenza resta un diaframma impenetrabile, inutile chiedere alla ragione ciò che è prerogativa soltanto della fede. Il credente valica questo diaframma come se avesse la facoltà di attraversare un muro, mentre lo scienziato agnostico ci sbatte il capo. Questo nell’ambito della filosofia. Nella vita spicciola di tutti i giorni, l’uomo giusto sa di vivere nel finito, sa cogliere i pregi di quella finitezza, si accontenta del poco che ha, convive col male sebbene sappia discernerlo dal bene, quand’anche non creda in Dio. Sa che un giorno morirà, ma non nutre aspettative di vita ultraterrena. La legge morale non presuppone la fede. Lo stesso Kant la incluse a fatica nelle sue tre domande fondamentali.
Che fine ha fatto oggi, si chiede Givone, il sogno di Giacobbe, quella scala che portava in cielo? È stata ritratta variamente da artisti quali Raffaello, Tiepolo o William Blake, nessuno dei quali ha però tenuto conto di quanto Giacobbe fosse sconvolto dall’esperienza di quel sogno: terribilis est locus iste. Un luogo che «non è già più di questa terra, ma non è ancora del cielo». La scala è un medium tra finito e infinito, si ascende dalla terra al cielo, sebbene solo simbolicamente e in un sogno. Giacobbe non è un profeta, e neanche un visionario come Swedenborg, che sosteneva di aver visto moltitudini di anime. In un altro testo ebraico, Qohélet (L’Ecclesiaste), l’aldilà è definito ben altrimenti, ossia come un «orizzonte impenetrabile» di cui gli uomini non devono darsi troppo pensiero. Un orizzonte, non uno spazio. Viene da pensare all’orizzonte degli eventi dei buchi neri, da dove non si ritorna e dove le leggi della fisica non valgono più. Insomma, un non luogo dove tutto si annichilisce.
Quello di Givone è un testo interessante, non è certo per suo demerito se si torna al punto di partenza con niente in mano: l’immortalità dell’anima fu l’ultimo tema che Socrate lanciò ai suoi discepoli prima di bere la cicuta, e nessuno ha potuto né potrà dire un’ulteriore parola dopo le sue.
