Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Il giorno dell’ape” di Paul Murray
Livorno 17 maggio 2026 Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Il giorno dell’ape” di Paul Murray
“Non è mai troppo tardi per leggere un buon libro”
Rubrica di recensioni, a cura dello scrittore e traduttore Maurizio Grasso.
Non sono sempre necessarie recensioni di libri appena usciti, ma di “buoni libri”.
Grasso vi farà conoscere “Il giorno dell’ape” di Paul Murray
Il giorno dell’ape è un romanzo proteiforme, complesso, pieno di inventiva e di humour, a tratti struggente mentre in altri momenti la sua oscenità prende allo stomaco. Nelle sue articolazioni tematiche alterna registro realista e modernista. In una fase è animato dalla parodia e dalla comicità, in un’altra incombe lungamente un dramma che poi si compie. In fondo, il suo autore è pur sempre un concittadino di James Joyce, un dubliner, benché qui le influenze prevalenti siano piuttosto faulkneriane.
L’ultimo romanzo di Paul Murray è stato uno dei casi letterari del 2023 ma è stato tradotto in italiano solo lo scorso anno. Osannato dalla critica, vincitore di numerosi premi tra cui lo Strega internazionale nel 2025, ha diviso invece i lettori. Perché?
In effetti, l’inizio sembra non andare da nessuna parte. Resta fermo a specchiarsi in una realtà corriva, in una minutaglia quotidiana. In primo piano, in una imprecisata contea irlandese, ci sono Cass Barnes e Elaine Comerford, compagne di scuola, maturande. Progettano di iscriversi al prestigioso Trinity College della capitale, mentre il padre di Cass, un buono (a nulla), un uomo irrisolto fin dalla giovinezza, sta andando ramengo con l’attività commerciale lasciatagli dal padre, il che rischia di mandare in fumo i sogni della figlia. La scrittura è realista, il linguaggio informale, da serie TV.
Dopo le prime cinquanta pagine (in tutto sono oltre seicento!), ho provato empatia per chi ha abbandonato la lettura. Poi, lentamente, ha iniziato ad abbassarsi la nebbia che circonfonde certi testi e impedisce al lettore di afferrarne subito direzione e intenti. Quando il romanzo alla fine si rivela buono (questo è ottimo), questa bruma risulta essere proprio la sua originalità.
Non è soltanto l’assuefazione allo stile, ai caratteri dei protagonisti ad aiutare il lettore a prendere dimestichezza con questo libro. La scrittura di Murray, letteralmente, si trasforma. La punteggiatura si dirada fino a scomparire. Lo humour compenetra tutti i personaggi, uno humour non fine a se stesso, non innocuo dal momento che ne esalta il lato tragicomico. È un crescendo a fronte piatto. Diventa palese l’intenzione del romanziere irlandese di rappresentare la desolazione, la vuotezza del presente, meteora familiare che vaga nell’assenza cosmica di significato, un eterno chiacchiericcio attorno al nulla. E l’impotenza dinanzi a ciò che è usuale chiamare destino. «Che cosa insopportabile è la vita», dice Imelda, madre di Cass, in visita alla vecchia zia Rose ora demente, un tempo la sensitiva della famiglia. Imelda, che non risparmia il proprio sarcasmo a niente e a nessuno. Riso e dolore sono contigui, di solito, nei libri grandi o in quelli mediocri.
Ecco, mi sono detto, il romanzo ai tempi della doppia spunta blu di Whatsapp e di Instagram, eppure non cessa di proporre il solito, vastissimo menù: tutti i sentimenti che fanno la spola tra Eros e Thanatos.
Le sorprese non sono finite. Il cuore della trama cessa di essere esilarante, assume toni cupi e drammatici, una allure postmodernista. Tra le parole solo spazi. Maiuscole a inizio frase sono come cippi commemorativi del punto che non c’è mai stato.
Col tempo, Il giorno dell’ape si rivela una saga in tre generazioni di due famiglie che si incrociano col matrimonio di Dickie Barnes e Imelda Caffrey, genitori dell’adolescente Cass. Una genealogia al contrario. Il racconto parte dai rami, la generazione di Cass, poi scende al tronco, la madre Imelda, e da essa alle radici, a un padre rozzo, violento e disperato, mentre dalla parte di Dickie ci sono Frank, il fratello morto in un incidente stradale poco prima che sposasse proprio Imelda, e il padre Maurice, «qualcuno che aveva fatto i soldi e voleva si sapesse», un vecchio egoista e donnaiolo che, dopo aver sbolognato l’attività commerciale al figlio superstite, pur sapendolo inetto, è andato a sperperare il suo gruzzolo in Portogallo.
Il giorno dell’ape è diviso in cinque parti, tutte ben caratterizzate e tra loro distinte anche sul piano stilistico. Come altri scrittori che si rifanno alla lezione di Faulkner, anche Murray torna più volte sullo stesso materiale tematico, raccontato da voci diverse e con reinterpretazioni che non di rado si contraddicono.
Le Sylvie si incentra sulle due amiche citate, sotto l’egida un po’ inquietante della poetessa suicida Silvia Plath, che una supplente di letteratura ha fatto loro scoprire e amare. Ma è solo un’infatuazione adolescenziale. Ne La tana del lupo, il protagonista è PJ, fratello minore di Cass, alle prese con la sua crisi di crescita e i suoi perché a cui gli adulti non danno risposta.
La sposa vedova inizia con il tentativo disperato della famiglia Barnes di farsi soccorrere da Maurice, tornato in Irlanda solo per una cena data in suo onore dai Lions, e prosegue con un lungo flashback sulla gioventù di Imelda, sul matrimonio mancato con Frank e su quello di ripiego con Dickie.
La radura (dove riappare la punteggiatura) è invece dedicata a Dickie, licenziato dal padre, che lo ha sostituito con Big Mike, il padre di Elaine, per risollevare l’autosalone. Si alternano a sandwich la descrizione di improbabili attività nel bosco e lunghe analessi sull’esperienza omosessuale del giovane Dickie al Trinity College (dove ora ci sono Cass e Elaine), prima che Frank morisse, fino a recrudescenze di quelle tendenze nel presente che si riveleranno esiziali per il lavoro e la vita di Dickie.
L’ultima parte è L’età della solitudine: sarebbe il titolo più azzeccato per il romanzo, visto che tutti i personaggi vi sfilano di nuovo come in una giostra impazzita. Sono monadi non comunicanti, schegge di una deflagrazione, e parlano, non in prima né in terza, ma in seconda persona: quella della coscienza. È un convulso montaggio cinematografico, scene sempre più corte, un crescendo di suspence. Si compie così la resa dei conti di tutti gli equivoci seminati nella trama, la tragedia perfetta.
Paul Murray non rinnega la cara vecchia trama, si limita a stratificarla, rimasticando gli stessi eventi da punti di vista diversi. Su che altro ci induce a riflettere Il giorno dell’ape? Il romanzo non muore, è adeso alla storia dell’umanità come il muschio all’umido che lo alimenta. Da sempre. A ben vedere, anche le opere di Omero erano romanzi in versi. Il romanzo è strutturalmente destinato a sopravvivere anche a bordate di imprevedibili, devastanti cambiamenti della società come quelli in corso. Climatici, politici, tecnologici. «Ci viene presentato un mondo virtuale, alimentato in tutto e per tutto dall’incenerimento del reale».
Con le sue “scene della vita di provincia”, Murray ci dimostra che il romanzo come mera narrazione, il romanzo che non pretende necessariamente di rigenerarsi attraverso la sperimentazione di nuove forme, nuovi linguaggi, ebbene questo genere di scrittura continua a prosperare, sia pure nutrendosi delle sciagure della gente, delle sue “ceneri”. È la sua palingenesi, la sua catarsi. È la vecchia, vincente ricetta: raccontare e raccontare, come ai tempi di Cervantes, di Fielding, di Stendhal, di Tolstoj, di Pasternak.
