Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Partenze” di Julian Barnes
Livorno 3 luglio 2026
“Non è mai troppo tardi per leggere un buon libro”
Rubrica di recensioni, a cura dello scrittore e traduttore Maurizio Grasso.
Non sono sempre necessariamente recensioni di libri appena usciti, ma di “buoni libri”.
Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Partenze” di Julian Barnes
Partenze è uscito non a caso il 19 gennaio di questo 2026, giorno dell’ottantesimo compleanno del narratore inglese Julian Barnes, considerato nel regno Unito il più influente della sua generazione. Non solo, ovviamente, è il suo ultimo romanzo, ma “sarà” il suo ultimo romanzo, come lui stesso precisa all’inizio del testo. Ha cominciato a scriverlo in tempi di Covid; nel frattempo si è risposato e ha scoperto di avere una forma di leucemia, delle cui traversie racconta nel testo.
Partenze non inizia come un romanzo, ma come un saggio. L’autore cita un articolo di una rivista di neurologia clinica dal titolo allusivamente letterario: «Proust e Madeleine». Ovviamente Madeleine non era un’amante di Marcel, ma il famoso biscotto che, inzuppato nel tè, innesca il fenomeno del ricordo involontario che darà inizio alla scrittura del ciclo di romanzi più celebre del Novecento. Nell’articolo si parla di Involuntary Autobiographical Memory, o IAM, o ancora I AM, «Io sono». «Si dice che la memoria coincida con l’identità, come ben sappiamo. Se è così, allora tutte le IAM immagazzinate dentro di noi formano il chi e il che cosa siamo e siamo stati». Sembra un’ovvietà ma non lo è.
Inizia un florilegio di casi clinici di memorie “eccezionali”: l’uomo che dopo un ictus ricorda tutte le crostate che ha mangiato in vita sua, in ordine rigorosamente cronologico a partire dall’infanzia; la diciottenne canadese in grado di descrivere ciò che ha fatto ogni giorno della sua vita, non solo, anche come era vestita e che cosa aveva mangiato. «Ogni giorno, afferma, risulta archiviato nel suo cervello come un “filmino” che lei può riguardare quando vuole». Per Barnes, Il cervello, che come noto lavora instancabilmente H24 e, secondo qualche studioso, elabora 74 Gb di informazioni al giorno (sic), ci informa solo in base al principio della “comunicazione indispensabile”. A tale proposito cita Sollier, il neurologo allievo di Charcot che ebbe in cura Proust per alcune settimane e che sulla IAM scrisse: «La volontà gioca un ruolo davvero irrisorio nell’evocazione dei ricordi ed è illusorio credere che tale evocazione si verifichi grazie ai nostri sforzi liberi e volontari».
Dopo questa necessaria e un po’ inquietante prolusione, inizia il romanzo vero e proprio. Un amarcord che parte dal periodo del college a Oxford negli anni Sessanta. Una storia, come scrive l’autore, «divisa in due parti, perché in due parti è stata vissuta, con un lungo intervallo fra l’una e l’altra». Due amori: quello fra il giovane Stephen e la giovane Jean; quello fra il vecchio Stephen e la vecchia Jean. La “madeleine” che rinnova la memoria o, se preferiamo, il demiurgo-pronubo che li fa incontrare la prima volta e poi di nuovo a distanza di decenni è sempre lui, Julian Barnes, che sconfina nella sua stessa trama e si fa personaggio (probabilmente artefatto) del proprio memoir.
Ma la duplice storia di Stephen e Jean è solo una promenade musorgskijana per raccontare diffusamente tante altre cose, la propria malattia, la presa di coscienza ultima di cosa sia realmente la vecchiaia, Jimmy, il vecchio caro Jack Russell ereditato da Jean. Così Partenze viola almeno tre barriere: quella tra saggio e romanzo, quella tra realtà e invenzione letteraria, quella tra diario e autofiction. Aggiungiamone una quarta: quella tra la bozza (certi appunti sono inclusi nel testo) e la versione finale. Di ciascuna delle riflessioni rapsodiche del saggio introduttivo dal titolo I AM troviamo il corrispondente affabulatorio nello sviluppo della trama. Quanto alla storia tra i due amici (reali o fittizi) di Julian, e se riusciranno a compiere nell’età della pensione ciò che era rimasto incompiuto nella prima giovinezza, è ovviamente lasciato alla scoperta del lettore, sebbene qualche pregiudizio sul successo dei “cavalli di ritorno” lo si possa nutrire.
È un fatto: lo scrittore, come l’attore, non può rinunciare all’ipocrisia se non a prezzo di mettersi a fare un altro mestiere. Quindi Stephen e Jean potrebbero essere persone reali sotto false identità, come Barnes asserisce nel testo aggiungendo di aver violato la promessa, fatta a entrambi, di non trasformarli in personaggi, oppure sono stati inventati di sana pianta, oppure sono la sopraelevazione fantastica di una sostruzione di persone reali, a cui non somiglia quasi più ma che l’ha ispirata. «Possiamo e dovremmo fidarci degli scrittori quando ci raccontano meravigliose bugie sui loro romanzi», scrive Barnes a proposito di Proust, ma è alla categoria “scrittore” tout court che in tutta evidenza si riferisce. Insomma, quand’anche Partenze fosse un’opera di mera fantasia, ciò non significa che non sia vera. «A teatro la suprema verità è stata e sarà sempre la suprema finzione», diceva Eduardo.
Partenze è un libro dal registro mutevole. Il turpiloquio giocoso, non volgare di chi sente ancora la vita pulsare dentro sé si alterna al rassegnato, commovente stupore di un malato terminale che non sa quanto ancora ha da vivere. Altro che saggezza, altro che atarassia: l’essere umano reagisce agli alti e ai bassi della vita provando comunque emozioni. Autori come Julian Barnes non aspirano semplicemente a raccontare una storia che catturi l’attenzione del lettore: vogliono lasciare il segno. Quando Julian si compiace che i tempi abbiano portato novità importanti in campi come la libertà sessuale o quella di culto, quando scrive di «provare profonda solidarietà per coloro che, in secoli passati, sono vissuti prigionieri nelle orrende galere di aspettative sociali, religiose e sessuali», Barnes si mostra, se non fautore, almeno augure di un neoumanesimo che non vedrà.
Il titolo del romanzo ci diventa chiaro quando Julian Barnes cita ciò che Flaubert disse alla morte del suo grande amico, maggiore di dieci anni, Théophile Gautier al quale, detto per inciso, Baudelaire aveva dedicato Les fleurs du mal: «Con lui se n’è andato l’ultimo dei miei amici veri. L’elenco è completo». Sono partenze che non arrivano da nessuna parte, quelle a cui si riferisce l’autore di Leicester. Partenze con sola andata. In fondo la vita terrena inizia con un arrivo e finisce con una partenza, l’esatto contrario dell’idea che abbiamo di un viaggio. Un addio come quello dei due giovani Stephen e Jean, un’amicizia come quella tra Julian e Stephen, o con la stessa Jean possono avere una seconda possibilità. «La vita l’ho castigata vivendola», scrisse Vincenzo Cardarelli. Barnes attraversa il cerchio di fuoco di amici perduti per strada, di amori finiti, di delusioni, di dolori con l’ironia beffarda di chi sa che il tempo può concederci di vincere qualche game ma non il match. Affronta la Signora con la falce flirtando con essa. È tutto molto british, molto mitigato. Niente pathos, siamo inglesi!
