Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Quello che possiamo sapere” di Ian McEwan
1 agosto 2026
“Non è mai troppo tardi per leggere un buon libro”
Rubrica di recensioni, a cura dello scrittore e traduttore Maurizio Grasso.
Non sono sempre necessariamente recensioni di libri appena usciti, ma di “buoni libri”.
Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Quello che possiamo sapere” di Ian McEwan
Quello che possiamo sapere (2025), ultimo e già molto discusso romanzo di Ian McEwan, si alterna tra due epoche separate oltre un secolo: il 2014 e il 2119. È il punto di incrocio di più temi: un’umanità sospesa tra distopia e utopia, una storia d’amore che ci mostra il suo diritto e il suo rovescio, una trama carica di simboli, metà apollinea metà dionisiaca. Insomma, parafrasando Stendhal, il bianco e il nero.
Nel 2119 l’accademico Thomas Metcalfe dell’immaginaria Università del South Downs è intento a spulciare varie fonti, tra cui quattordici volumi di diari dimenticati di Vivien Blundy, moglie di Francis Blundy, tra i più celebrati poeti inglesi tra fine del XX e inizio del XXI secolo. È alla ricerca di un poemetto perduto, scritto per la stessa Vivien dal marito in occasione del suo cinquantacinquesimo compleanno e recitato durante una festa per pochi intimi.
Si tratta di un poema di circa 2500 parole, scritto su pergamena appositamente trattata da un artigiano specializzato. Chi usava più la pelle di animale per scrivere nell’era della carta? Una squisita galanteria poterla consegnare come un dono, arrotolata e infiocchettata in un nastro di seta. Blundy era noto per sapere a memoria le proprie poesie come Wordsworth, che recitava anche quelle altrui.
Nel 2014 rivivono, non solo attraverso lo sguardo del ricercatore ma anche motu proprio, personaggi e la temperie di un’era che i posteri avrebbero chiamato “la Follia”, perché tutti gli Stati sapevano della deriva a cui stava portando il repentino cambiamento climatico, ma non avevano trovato un accordo globale per porvi rimedio.
L’indagine dell’accademico va oltre il puro interesse letterario; grazie alle memorie di vari soggetti ricostruisce con precisione i rapporti personali tra le amicizie dei Blundy. Ciò ha una parte consistente nella trama. C’è ancora un’abbondanza di fonti digitali ufficiali su quegli anni lontani, ma Metcalfe preferisce frugare in una documentazione “minore”: la memorialistica e le mail dei testimoni all’evento.
È volutamente sfumato nel testo il discrimine tra il racconto in prima persona del professore e ciò che si libera dalla memoria riesumata dei personaggi. È come se l’intrusione di Metcalfe abbia risvegliato la cerchia dei coniugi Blundy da un incantesimo e li avesse rianimati.
Dagli archivi la ricerca di Tom si sposterà sul campo, facendo di lui e di sua moglie Rose due avventurosi esploratori che si imbatteranno alla fine in qualcosa di inatteso: non la mitica e tanto cercata pergamena. Qui inizia la seconda parte, dove la voce narrante è quella di Vivien. Non viene spiegato nulla. Volutamente l’autore disorienta chi legge, costringendolo rivedere tutto il materiale tematico fin qui proposto con altri occhi. Il testo, da che sembrava un racconto distopico sospeso tra passato e futuro, si trasforma in un noir. Ian Macabre, come lo chiamano scherzosamente nel suo Paese, è tornato a lasciare la sua impronta sulfurea.
Che cosa è accaduto in un secolo lo si scopre leggendo. Nel 2042 un’inondazione biblica dovuta all’innalzamento del livello degli oceani stravolge la geografia terrestre, ridisegnando i confini tra mare e terre emerse. il Regno Unito è ridotto a un arcipelago di piccole isole corrispondenti ai rilievi montuosi, mentre la popolazione globale è stata dimezzata dal Grande Disastro, da pandemie e guerre nucleari.
La narrazione fornisce vari elementi della transizione tra queste “due umanità”, ma come en passant, sullo sfondo della vita dei personaggi. La narrazione di McEwan è fortemente anglocentrica. È come se l’arcipelago inglese sia la sola terra emersa degna di essere menzionata.
Veniamo all’aspetto futurologico. Ian McEwan ha descritto il suo romanzo come un’opera di fantascienza «senza la scienza». Non lo si può definire un testo “distopico in purezza”. La sua non è una distopia definitiva, come 1984 di Orwell o La strada di Cormac McCarthy. Qui c’è un day after, anzi una humanity after. Quello che possiamo sapere è sì un racconto postapocalittico, non però come il film Waterworld, dove la memoria della civiltà è rimossa e il regresso tecnologico è di millenni. L’umanità di Quello che possiamo sapere non ha la stessa scelta di cibi o di viaggi dei tempi di Blundy, ma nel frattempo la scienza e le buone abitudini di vita hanno fatto progressi. Si ricavano proteine dall’anidride carbonica, non si usano più combustibili fossili, persino il tabacco è un tabù.
Evidentemente McEwan crede nella possibile redenzione dell’umanità, come ci ha creduto Noè sia pure con l’aiuto dell’illuminazione divina, come la preconizza Rimbaud nel suo poemetto in prosa Après le déluge. È pessimista sull’umanità presente, non su quella futura. Il testo sostiene che l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin sia l’inizio di un’era distopica. Vista a un secolo di distanza e visto quel che accade nei nostri anni, la profezia suona tremendamente sinistra. In fondo, questo romanzo presagisce la catarsi dell’Antropocene attraverso il suo tragico superamento ed è la sua componente utopica.
Quello che possiamo sapere è un romanzo sulla letteratura. Trasuda di erudizione letteraria. Il poemetto di Blundy imita The Crown, sequenza di sette sonetti scritti nel XVI secolo da John Donne in cui l’ultimo verso di un sonetto diventa il primo del successivo, con l’ultimo del settimo che si ricollega al primo dell’intero poema, stabilendo così una perfetta circolarità. Blundy scrive una “corona” di ben quindici sonetti in stile petrarchesco, due quartine e due terzine in rima baciata. Metcalfe fa moltissime altre citazioni e allusioni ad autori reali o inventati. Nel futuro il poema di Blundy «è diventato un bene sociale estremamente desiderabile proprio perché al di là della portata di tutti. Ha un peso e una longevità che non avrebbe raggiunto se fosse stato letto», ha dichiarato lo scrittore inglese in un’intervista concessa a L’Espresso.
Il romanzo stilla anche di una trepidante paura: la sconsideratezza dei potenti di turno rischia di mandare in fumo millenni di preziose testimonianze dell’umanità, le sue cose migliori, l’arte, la musica, la poesia, inverando in peggio la distopia di McEwan. Che nel 2119 esista ancora un professore come Metcalfe va interpretato come un pensiero apotropaico, la proiezione di una speranza utopica oltre la barriera dell’incombenza distopica, oltre la barricata che si erge tuttora tra i profeti della nuova Apocalisse e i suoi accaniti (e prezzolati) negazionisti.
Quella di McEwan è anche una riflessione profonda su quanto il giudizio su un’epoca storica possa cambiare in relazione alla distanza con la posterità che la giudica. Travisamento, revisionismo in senso negativo, rivalutazione o riscoperta in senso positivo sono all’ordine del giorno nella storiografia come nella critica d’arte o letteraria e nulla lascia credere, fa intendere l’autore, che ciò cambierà tra un secolo. «La memoria – lo abbiamo scoperto nei secoli – è inaffidabile. La memoria spesso serve a rassicurare noi stessi, a renderci migliori di quelli che siamo», dice McEwan nell’intervista citata.
