Libri, recensioni 30 Agosto 2026

Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Nella carne” di David Szalay

30 agosto 2026 Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Nella carne” di David Szalay

Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Nella carne” di David Szalay“Non è mai troppo tardi per leggere un buon libro”

Rubrica di recensioni, a cura dello scrittore e traduttore Maurizio Grasso.

Non sono sempre necessariamente recensioni di libri appena usciti, ma di “buoni libri”.

Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Nella carne” di David Szalay

Considero Nella carne (vincitore del prestigioso Booker Prize lo scorso anno) uno dei romanzi di maggior impatto emotivo dell’ultimo decennio. La storia attraversa quasi quarant’anni di vita del suo protagonista.

La prima sensazione che si prova inoltrandosi nella trama è che una pompa del vuoto abbia aspirato tutti i sentimenti. Non gli istinti, non le emozioni: i sentimenti, che sono emozioni consapevoli e approvate. Ciò che i personaggi (in particolare il protagonista) pensano è sempre molto di più di quanto esprimono. La prosa non è soltanto scarna, a tratti telegrafica: è cruda, tagliente. Ciò crea nel lettore l’impressione che quanto accade realmente sia più di quanto l’autore riporta. Indubbiamente, la narrazione di Szalay è spiccatamente ellittica, alla Simenon.

Fine anni Ottanta. Siamo in un’Ungheria ancora appartenente al blocco sovietico; l’autore non rivela nulla in modo esplicito, lo si desume dai dettagli. Tuttavia non basta il grigiore di un regime liberticida ormai in agonia a giustificare un’atmosfera tanto irreale e ipnotica.

Il quindicenne István, al centro della storia, somiglia al Meursault di Camus, riportato all’adolescenza con la macchina del tempo. È taciturno, solitario e, quel che è peggio, sembra non avere vita interiore. Quando prova delle emozioni, non sa dare loro un nome. Gli è difficile descriverle a se stesso e ancor più agli altri. Se gli chiedono cosa pensa, risponde: «Non lo so». Se qualcuno palesa una perentoria volontà, la accetta remissivamente con un «Okay».

La quarantenne vicina di casa di István, con la scusa di chiedere aiuto per portare a casa le buste della spesa, lo fa uscire dal guscio onanistico dell’adolescenza e lo inizia a una sessualità completa che preveda la presenza di una donna in carne e ossa, non solo di un prodotto della fantasia. Quando non sono insieme, István crede di essersi inventato tutto, tanto ciò che sta vivendo gli appare inverosimile.

È la sua clandestinità a rendere incredibile questa relazione alquanto manipolatoria da parte della adulta (e adultera). Tutto finisce bruscamente quando il ragazzo le confessa infantilmente di amarla. Eppure all’inizio baciare, vedere nuda quella donna vecchia come sua madre gli infondeva un ribrezzo superiore al desiderio. Da un giorno all’altro si rende conto che non può farne più a meno.

La vicina decide di interrompere la relazione senza dare spiegazioni e il ragazzo, pur di vederla, si mette in guai seri senza volerlo: finisce per qualche anno in riformatorio. Questa iniziazione costituisce un imprinting per il giovane István: d’ora in avanti sentirà di essere realmente connesso al prossimo soltanto attraverso un contatto fisico intimo.

Nel giro di poche pagine István si ritrova adulto nel Terzo Millennio. Tuttavia non è guarito dal profondo senso di incomprensione e conseguente estraneità che prova verso la vita e gli altri. Le cose che gli accadono gli appaiono ancora prive di realtà. István non è uno che pensa al futuro: non cerca nulla, inconsapevolmente aspetta di essere trovato. Sarà la madre a ottenere per lui un primo impiego dopo la naja. Durerà poco.

Tra un capitolo e il successivo si aprono ampi vuoti temporali, su cui l’autore sorvola considerandoli inessenziali per capire il suo personaggio. Molto abilmente, Szalay lascia al lettore l’inventario di ciò che è cambiato in István e attorno a lui. Perciò nulla sappiamo degli anni trascorsi nell’istituto minorile, della ferma di cinque anni passata in buona parte in Iraq e in Kuwait, delle ragioni misteriose che dal suo Paese lo portano a ritrovarsi buttafuori a Londra, di come da autista si trasforma in uomo agiato tramite il matrimonio con la vedova del suo datore di lavoro, dei primi sette anni del bambino che avrà da lei, dei guai con la giustizia a causa della lite con il figliastro che si sente derubato da entrambi. Fermiamoci qui.

István resta un istintivo, il suo corpo sembra sapere ciò che la sua mente ignora. Impara cose minime e molto pratiche, ma tutto il suo essere si mostra refrattario a concepire che l’esistenza possa avere una reale, palpabile profondità. Continuerà a viverla come un sonnambulo, senza però quel misterioso senso dell’orientamento che i sonnambuli sembrano possedere.

A ben vedere, István non ha scelto nulla nella propria vita. È sempre stata la vita a scegliere per lui. Non ha scelto di farsi iniziare sessualmente dalla vicina di casa, né di finire in riformatorio. Non ha scelto di prendere un rapidissimo ascensore sociale che, da autista di una famiglia del jet set londinese, lo trasforma in un uomo che gioca a fare il business man e ha un tenore di vita tra i più alti in Inghilterra, ancorché procurato da soldi non suoi. Ciò nonostante non si è affatto evoluto sul piano esistenziale o culturale, non vede la bellezza attorno a sé, è rimasto un orso che non sa dare un nome inequivocabile alle proprie opinioni o emozioni.

Si sa che a volte la dea bendata si riprende con la mano sinistra tutto quel che ha dato con la destra, con gli interessi. Solo allora si comprende il vero valore di ciò che si è perduto. Quando essa colpirà il nostro eroe con tutta la sua tremenda violenza, ebbene, nel dolore immane, nella scoperta della propria totale impotenza István capirà finalmente tutto quanto gli era rimasto incomprensibile. L’epilogo è commovente: il dramma restituisce a quest’uomo ormai di mezza età una dimensione umana che ai miei occhi lo rende fratello dello Stoner di John Williams, romanzo per ogni altro aspetto agli antipodi di Nella carne.

István è un antieroe moderno, è il concentrato di tutte le mutazioni antropologiche che nei decenni hanno forgiato l’uomo che si affaccia nel Terzo Millennio, questo nuovo Adamo dalla vita bruta che vive un tempo inerziale, che non conosce arbitrio, stimoli e curiosità, che non ha valori consapevoli, disorientato in un mondo di cui non comprende, o non vuole comprendere le dolorose, inaccettabili verità. Va alla deriva senza opporsi al proprio destino. Senza poter penetrare il senso di queste parole, è un fatalista e un nichilista. Non è bastata una vita perché In lui la ragione prendesse il posto dell’intuito, né il sentimento quello dell’istinto animale.

Leggendo la biografia di David Szalay, ci si chiede a quale nazione senta di appartenere nel profondo. Nasce nel 1974 a Montreal da genitori ebrei, padre ungherese e madre canadese. Cresce a Beirut fino alla guerra civile libanese, allorché la famiglia si trasferisce a Londra. Quindi David, una volta laureato, se ne va, prima a Bruxelles, poi in Ungheria per coltivare la propria passione per la scrittura. Da tempo vive a Vienna con la moglie.

Ritengo che Nella carne sia un libro assolutamente da leggere e non perché ha riscosso un enorme successo di critica e di pubblico, come i precedenti. È uno di quei romanzi “cartine al tornasole” che aiutano a comprendere quali direzioni, non ancora interpretabili se osservate a distanza tanto ravvicinata, sta prendendo la narrativa contemporanea.

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