Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Estranea” di Yael Van der Wouden
21 settembre 2026
“Non è mai troppo tardi per leggere un buon libro”
Rubrica di recensioni, a cura dello scrittore e traduttore Maurizio Grasso.
Non sono sempre necessariamente recensioni di libri appena usciti, ma di “buoni libri”.
Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Estranea” di Yael Van der Wouden
Pochissimi i recenti casi letterari che hanno avuto una eco pari a Estranea di Yael Van der Wouden.
Si è certamente trattato di un “debutto impressionante”. Prima ancora di essere pubblicato, l’inedito della giovane scrittrice olandese-israeliana era già conteso da una ventina di case editrici inglesi e americane, il tutto facilitato dal fatto che la Van der Wouden aveva scelto l’inglese come idioma letterario, pur avendo come lingue madri tanto l’olandese quanto l’ebraico. In seguito, il romanzo ha vinto in pochi mesi una mezza dozzina di premi letterari.
Il titolo italiano è stato un po’ forzato dall’editore Garzanti con riferimento al personaggio della coprotagonista Eva, ma l’originale The Safekeep (“La cassaforte”) racconta meglio, con la sua ambivalenza semantica, sia la trama che il profilo ermetico della protagonista Isabel.
La storia si incentra quasi interamente sul rapporto altalenante tra le due giovani donne citate, lasciando agli altri personaggi soltanto lo spazio necessario a chiarire il contesto. Ben poco si può riferire del plot, se non si vuole “spoilerare” la storia per il futuro lettore. Basti dire che Isabel vive sola in un luogo appartato dove solo la domestica Neelke si reca per alcune ore a settimana. Un bel giorno Louis, fratello donnaiolo di Isabel, si presenta improvvisamente in casa sua con Eva, sua fidanzata del momento, imponendo alla sorella di ospitarla durante un suo lungo viaggio all’estero. Qui inizia il rapporto in chiaroscuro tra due donne che non si conoscono e che, almeno da parte di Isabel, si guardano in cagnesco.
In questo romanzo si intersecano due temi molto “forti”: il risveglio individuale e sentimentale di Isabel e una sorta di “resa dei conti” storica. Da una parte, lo sfaccettato rapporto tra due donne, dall’estraneità iniziale a un’amicizia che promette di sconfinare in un sentimento più potente, difficilmente decifrabile. Dall’altra, la tragedia degli ebrei di molti Paesi occidentali che, prima e durante la Seconda Guerra mondiale, furono costretti ad abbandonare le loro case e i loro beni, talvolta per mettersi in salvo, molto più spesso per finire deportati, sicché quei beni, quelle case finirono nelle mani di “ariani” che però non poterono sopprimerne il genius loci, non fosse altro che perché ne ignoravano l’esistenza. La terza parte del romanzo, con le sue cruciali rivelazioni, è un omaggio più o meno esplicito a chi in quelle case non poté più tornare.
La scrittura di Yael è paratattica “in purezza”: frasi di poche parole, a volte solo tre o quattro tra un punto e il successivo. Oltre che essere un elemento stilistico specifico dell’autrice, ciò è fortemente indicativo della psicologia di Isabel, il suo leitmotiv wagneriano tradotto sul piano morfologico e sintattico. La scrittura della Van der Wouden è oltremodo dura: in un siffatto contesto estetico, è assai più congeniale esprimere il dolore che non la gioia dell’esistere. A ciò contribuiscono i flashback sulla famiglia dei tre fratelli Hendrik, Louis e Isabel, frequenti, mai annunciati eppure essenziali per la progressiva comprensione di una complessa configurazione affettiva.
Molte sono le epifanie in questo romanzo scritto con una vigoria espressiva fuori dal comune, pieno di immagini folgoranti rese in poche parole. Nessuna o quasi si può raccontare; la sola riferibile è forse il primo approccio omoerotico di Isabel, vissuta fino a quel momento in una condizione di indifferenza, se non di sospetto e ribrezzo nei confronti della propria sessualità, benché abbia una sorta di fidanzato, Johan (forse è più corretto definirlo spasimante), il quale invano cerca di stabilire con lei una frequentazione assidua e soprattutto un’intimità erotica.
«Scoprì che l’amore era una cosa malsana, che ti puniva per ogni passo che facevi nella sua direzione». In effetti, tutta la vita di Isabel ha un che di malsano. La ragazza è costantemente in bilico tra un’atavica tendenza a sprangarsi in una vita da anacoreta e la scoperta terrorizzante di nutrire in sé un “ospite” che prova emozioni e sentimenti incontrollabili i quali, proprio a causa della loro lunga clausura, vengono alla luce con goffa violenza. Ciò non può non riportarci alla mente la drammatica scoperta dell’adolescente Yael di essere intersessuale, ossia di avere ormoni sia maschili che femminili senza un netto predominio dei secondi sui primi. L’identità di genere e le preferenze sessuali probabilmente non contano nulla per uno scienziato, ma come si fa a ignorarle per un poeta o per un narratore?
In una illuminante intervista inserita nel libro come appendice, Yael Van der Wouden offre molte chiavi di interpretazione della sua opera prima, per esempio come le è nata l’idea base per la trama: «Un breve racconto che ho scritto tempo fa su una cena tra fratelli alla quale si aggiunge la fidanzata di uno dei tre, che gli altri due odiano». Una sua frase che resta subito impressa è «la volontà di concepire il desiderio come l’altra faccia della medaglia della repulsione». Non c’è modo più efficace per rendere, con poche, epigrafiche parole, l’impressione che il personaggio di Isabel lascia nel lettore.
