Quanto spendono le famiglie per mangiare e come impostare un budget della spesa
5 ottobre 2026
Secondo l’indagine Istat sulle spese per consumi, nel 2024 una famiglia residente in Italia ha speso in media 2.755 euro al mese, e il 19,3% di questa cifra è andato a prodotti alimentari e bevande analcoliche: circa 533 euro. La voce più pesante è la carne, con 111 euro mensili, seguita da pane e cereali (83 euro), ortaggi e legumi (70 euro), latte, latticini e uova (65 euro). Frutta e pesce valgono rispettivamente 45 e 40 euro, i cibi pronti poco meno di 35.
Dietro la stabilità delle cifre c’è una pressione costante sui bilanci. Tra il 2019 e il 2024 la spesa delle famiglie è cresciuta del 7,6%, mentre i prezzi misurati dall’indice armonizzato sono aumentati del 18,5%: a parità di euro spesi, si acquista meno di prima. Non a caso il 31,1% delle famiglie dichiara di aver provato a ridurre la quantità o la qualità del cibo acquistato rispetto all’anno precedente.
Scontrini alla mano: come misurare la spesa reale di casa
Le medie nazionali offrono un quadro di contesto, ma difficilmente descrivono la situazione di una singola famiglia. La stessa Istat segnala che la maggioranza delle famiglie spende meno del valore medio: la spesa mediana complessiva, cioè quella che divide le famiglie in due metà, si ferma a 2.240 euro. E la composizione del nucleo cambia molto le proporzioni: nelle coppie con tre o più figli la spesa alimentare arriva a 819 euro al mese, il 22,2% del totale.
Il punto di partenza di un budget è quindi la spesa effettiva. Per misurarla si può prendere in prestito il metodo della stessa indagine Istat, che chiede alle famiglie campione di annotare per 14 giorni in un diario tutte le spese alimentari. A casa conviene allungare il periodo ad almeno quattro settimane, così da includere sia la spesa grande sia i piccoli acquisti infrasettimanali, come il pane, il latte o la frutta presa al volo. Chi paga soprattutto con carta può affiancare agli scontrini l’elenco dei movimenti bancari, che aiuta a ricostruire le uscite dimenticate.
Nella raccolta conviene separare subito le voci. Uno stesso scontrino contiene spesso alimenti, detersivi e prodotti per l’igiene personale, e sommarli tutti sotto “spesa” rende il dato alimentare più alto di quanto sia. Allo stesso modo vanno tenuti a parte pranzi al bar, cene fuori e consegne a domicilio, che l’Istat conteggia in una voce distinta, insieme ai servizi di alloggio, con una media di 162 euro al mese per famiglia.
Fissare un tetto realistico e dividerlo per categorie
Con i dati di quattro settimane si ha una base concreta da cui partire. Il budget va costruito su quella cifra reale, anche se è più alta del previsto: un tetto fissato su un valore ideale viene superato già dalla prima settimana e perde la sua funzione. Il margine di intervento si individua dopo, guardando le singole voci.
Per questo è utile dividere la spesa in poche categorie omogenee. Una ripartizione pratica distingue i freschi di origine animale (carne, pesce, latticini e uova), l’ortofrutta, la dispensa (pasta, riso, legumi secchi, conserve, olio), i prodotti pronti e gli snack, le bevande. Come termine di paragone si può usare la composizione media rilevata dall’Istat, in cui la carne pesa per circa un quinto della spesa alimentare, pane e cereali per circa il 16% e ortaggi e legumi per circa il 13%. Scostamenti ampi rispetto a questi valori sono un segnale da approfondire, per esempio quando pronti e snack occupano una quota molto superiore a quella media.
Resta da scegliere l’orizzonte temporale. Poiché la spesa segue in genere un ritmo settimanale, un budget settimanale è più facile da controllare di uno mensile. Per ricavarlo si divide la cifra mensile per 4,3, il numero medio di settimane in un mese. Lasciare un piccolo margine per imprevisti, ospiti a cena o prodotti finiti prima del tempo evita di considerare fallito un budget alla prima uscita fuori programma.
Gli strumenti che aiutano a rispettare il budget
Stabilire una cifra è la parte più semplice; rispettarla richiede qualche accorgimento. Diversi studi di economia comportamentale hanno osservato che il pagamento con carta rende meno percepibile l’uscita di denaro rispetto ai contanti. Chi fatica a restare nei limiti può quindi separare fisicamente il budget della spesa: prelevare in contanti l’importo della settimana, oppure caricarlo su una carta prepagata dedicata, crea un tetto che non si può superare distrattamente.
Per chi preferisce il digitale, le applicazioni di gestione delle spese e molte app bancarie assegnano automaticamente i movimenti a categorie e mostrano in tempo reale quanto resta del budget. Durante la spesa, tenere il conto progressivo del carrello sul telefono permette di rinunciare a un acquisto prima di arrivare alla cassa, quando è ancora facile rimettere il prodotto sullo scaffale.
La lista della spesa diventa più efficace se ricalca le categorie del budget: sapere quanto è disponibile per l’ortofrutta o per la dispensa aiuta a decidere già a casa cosa comprare. Tra le abitudini più utili c’è quella di passare in rassegna le promozioni e raccogliere informazioni utili prima di preparare la lista, un’operazione che al giorno d’oggi può essere effettuata comodamente anche online. Per esempio, sul sito di Unicoop Etruria è possibile trovare in pochi click tutte le offerte in corso e una serie di approfondimenti dedicati a come contenere la spesa.
Verificare e correggere: perché il budget va aggiornato
Un budget funziona se viene confrontato con la spesa reale a intervalli regolari. Alla fine di ogni mese conviene mettere a confronto, categoria per categoria, quanto era previsto e quanto è stato speso. Uno sforamento occasionale ha spesso una causa precisa, come una ricorrenza o una cena con ospiti; uno sforamento che si ripete indica invece che la cifra di partenza va rivista o che una voce specifica sta crescendo.
Anche i prezzi si muovono in modo diverso da una categoria all’altra. Ad agosto 2026, secondo l’Istat, il cosiddetto carrello della spesa è cresciuto dello 0,9% su base annua, ma dietro questo dato medio gli alimentari non lavorati, cioè i freschi, sono aumentati del 3,8%, mentre i lavorati sono calati dello 0,4%. Una famiglia che acquista soprattutto prodotti freschi può quindi vedere il proprio budget sotto pressione anche quando l’inflazione sul carrello appare contenuta.
Una revisione più ampia, per esempio ogni tre mesi, permette di adeguare il budget ai cambiamenti della famiglia. I figli che crescono, un componente che inizia a pranzare fuori casa per lavoro o un nuovo arrivo possono incidere sulla spesa quanto, e a volte più, delle variazioni dei prezzi. L’Istat osserva che la spesa alimentare è tra le voci meno soggette a economie di scala: con l’aumentare dei componenti il suo peso sul bilancio cresce, mentre quello di voci come l’abitazione diminuisce. Quando il budget va ritoccato, conviene intervenire sulla categoria che cresce di più: un taglio uniforme su tutte le voci rischia di sacrificare anche quelle essenziali per l’equilibrio della dieta familiare.
