Francesca Albanese a Livorno, il sostegno ai portuali: «Quello che fanno è un atto di civiltà»
Livorno 30 ottobre 2026
La relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati è intervenuta nella giornata di mobilitazione del 30 ottobre. Ringraziamento ai lavoratori dello scalo labronico e appello a studenti, sindacati e cittadini: «È fondamentale non stancarsi e continuare a mobilitarsi».
«I portuali livornesi stanno facendo un lavoro incredibile e meritano tutto il nostro sostegno e rispetto». È uno dei messaggi lanciati da Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, arrivata a Livorno venerdì 30 ottobre in occasione della giornata di mobilitazione contro il riarmo, il carovita e il traffico di armi.
La sua presenza si è inserita in una giornata caratterizzata da due iniziative di protesta: lo sciopero generale, che ha portato in piazza oltre 10mila persone, e lo sciopero internazionale dei portuali. A Livorno i lavoratori dello scalo hanno bloccato dalla mattina gli accessi al Ponte Genova e nel pomeriggio si sono ritrovati in presidio al varco Zara, chiedendo di fermare il transito di armamenti attraverso i porti commerciali.
Una mobilitazione che in città ha assunto particolare rilievo anche dopo la vicenda della nave Sunaid X, contestata da Usb e attivisti per un presunto trasporto di materiale militare diretto alla base di Sigonella.
«Fermare il trasferimento di armi è un obbligo giuridico»
Albanese ha aperto il suo intervento ringraziando i partecipanti e riconoscendo il ruolo dei lavoratori portuali nelle iniziative contro il trasferimento di armi verso Israele.
«Sono felicissima di vedere così tanta gente in questa lotta che coinvolge tanti porti e si batte contro il trasferimento di armi a un Paese, Israele, responsabile di migliaia di morti», ha dichiarato. Poi il riferimento diretto ai lavoratori livornesi: «Quelli di Livorno, in particolare, stanno facendo un lavoro incredibile e meritano tutto il nostro sostegno e rispetto. Sono qui per portare loro il mio saluto, perché quello che stanno facendo è un atto di civiltà».
Nel suo discorso ha definito i porti «un punto nevralgico», sostenendo che proprio attraverso questi luoghi passano traffici che alimentano quanto sta accadendo in Palestina. «Fermare il trasferimento di armi non è un gesto caritatevole, ma un obbligo giuridico per l’Italia che non può sottrarsi alle proprie responsabilità», ha affermato, richiamando anche le possibili conseguenze sul piano penale per chi, secondo la sua interpretazione, non rispetta tale obbligo.
L’appello ai giovani: «Continuate a mobilitarvi»
La relatrice ha rivolto un messaggio anche agli studenti e ai più giovani presenti, ricordando una sua precedente visita a Livorno e sottolineando l’importanza della partecipazione, anche quando le manifestazioni non producono risultati immediati.
«Le manifestazioni sono importanti anche quando non riescono a determinare nell’immediato il cambiamento di un sistema che ha radici profonde», ha detto, invitando a non perdere la determinazione: «Per questo è fondamentale non stancarsi e continuare a mobilitarsi».
Nel suo intervento Albanese ha quindi affrontato la situazione in Palestina, denunciando la prosecuzione delle violenze a Gaza e le condizioni della popolazione in Cisgiordania. Ha inoltre rivolto critiche ai governi europei per il mancato arresto dei trasferimenti di armi verso Israele, sostenendo che dietro la prosecuzione del conflitto vi siano anche interessi economici.
In conclusione, l’appello a far convergere le diverse iniziative di protesta: «Le lotte degli studenti, dei lavoratori e dei sindacati devono convergere, insieme a quelle per l’ambiente, la giustizia e i diritti». Per Albanese è necessario superare le divisioni e costruire un programma comune che metta al centro l’accesso ai diritti.
Una giornata nella quale Livorno ha riunito le rivendicazioni del mondo del lavoro e la mobilitazione contro il traffico di armi, con il messaggio della relatrice Onu rivolto soprattutto a chi, attraverso la propria partecipazione, chiede un cambiamento.
