Politica 24 Ottobre 2026

Corsi di arabo alle forze dell’ordine, Tenerini (FI): “l’integrazione si rovescia”

Livorno 24 ottobre 2026

«Trovo profondamente sbagliata, sul piano culturale e politico, l’iniziativa dei corsi di lingua araba destinati agli appartenenti alle forze dell’ordine a Livorno. E ancora più preoccupante è l’idea di trasformare questo progetto in un modello da estendere a livello nazionale.

Non è in discussione la libertà di organizzare un corso volontario, né il valore della conoscenza delle lingue straniere. È in discussione un principio ben più importante: il significato stesso dell’integrazione.

Chi sceglie di vivere nel nostro Paese deve imparare la nostra lingua, conoscere la nostra cultura, rispettare le nostre leggi e condividere i principi fondamentali della nostra convivenza civile. È questo il primo, imprescindibile passo dell’integrazione. Non può essere lo Stato, attraverso le proprie istituzioni, ad arretrare continuamente per adattarsi alle diverse identità culturali.

Accogliere non significa abdicare. Rispettare le differenze non significa rinunciare alla propria identità. E integrare non significa rovesciare il rapporto tra chi accoglie e chi viene accolto.

È proprio questo il rischio di una certa concezione ideologica dell’inclusione: confondere il rispetto delle culture con la progressiva rinuncia ad affermare la centralità della nostra. Una deriva culturale che, nel rapporto con le comunità religiose, rischia di alimentare forme di separazione anziché costruire una reale integrazione.

L’Italia è una democrazia liberale, fondata su principi costituzionali, libertà individuali, uguaglianza tra donne e uomini e laicità delle istituzioni. Sono valori che non possono diventare negoziabili in nome di un multiculturalismo interpretato come adattamento permanente della società che accoglie.

E c’è un paradosso che rende questa iniziativa ancora più discutibile.

Perché proprio l’arabo? Perché non l’ucraino, il cinese o una delle tante altre lingue parlate dalle comunità straniere presenti sul nostro territorio? Quali esigenze operative hanno determinato questa scelta? È stata effettuata una valutazione concreta oppure siamo di fronte a un’iniziativa che attribuisce a una specifica comunità un’attenzione particolare?

Nel tentativo di non discriminare, si rischia di discriminare due volte: le altre comunità linguistiche, che non ricevono la stessa attenzione, e gli stessi cittadini di lingua araba, implicitamente considerati bisognosi di un rapporto differenziato con le nostre istituzioni.

Nutro il massimo rispetto per le organizzazioni sindacali coinvolte, per la loro autonomia e per l’importante funzione di tutela che svolgono nei confronti delle donne e degli uomini in divisa. Proprio per questo mi domando se iniziative di questa natura rappresentino davvero una priorità rispetto alle tante esigenze di formazione professionale, sicurezza, organizzazione e tutela del personale.

Ma ciò che considero politicamente ancora più grave è il coinvolgimento dell’amministrazione comunale di Livorno.

Quale idea di integrazione intende promuovere il Comune? Quella di una società nella quale chi arriva è chiamato a conoscere e rispettare la lingua, le regole e i valori del Paese che lo accoglie, oppure quella di un progressivo adattamento delle nostre istituzioni alle singole identità culturali?

È su questo terreno che si misura il rischio di una deriva culturale islamizzante: non nella libertà religiosa, che deve essere sempre garantita, ma nell’eventuale affermarsi di una concezione dell’integrazione che, anziché chiedere reciprocità, finisce per considerare le istituzioni italiane il soggetto chiamato a modificarsi.

Restano inoltre domande precise. Chi ha individuato i docenti? Quali sono le loro competenze? Chi ha definito i contenuti del percorso formativo e con quali criteri? Quale ruolo ha effettivamente svolto l’amministrazione comunale?

Le parole del prefetto Giancarlo Dionisi, che ha preso nettamente le distanze dall’iniziativa, chiarendo l’assenza di qualsiasi avallo da parte della Prefettura e del Ministero dell’Interno, meritano la massima attenzione.

Non abbiamo bisogno di un’integrazione al contrario. Abbiamo bisogno di un’integrazione autentica, che riconosca diritti e imponga doveri, che rispetti ogni cultura senza mettere in discussione la centralità della nostra identità nazionale e dei nostri principi costituzionali.

Perché l’integrazione non consiste nel chiedere all’Italia di diventare ogni giorno un po’ meno italiana. Consiste nell’offrire a chi arriva la possibilità di diventare parte della nostra comunità, conoscendone la lingua, rispettandone le regole e condividendone i valori fondamentali.

Su questo principio non possiamo e non dobbiamo arretrare di un millimetro».

On. Chiara Tenerini
Segretario provinciale Forza Italia Livorno

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