«Giudicate il mio vestito invece del mio lavoro», il vicesindaco Libera Camici replica alle polemiche social
Livorno 18 luglio 2026 «Giudicate il mio vestito invece del mio lavoro», il vicesindaco Libera Camici replica alle polemiche social
Livorno, polemica sull’abbigliamento della vicesindaco Camici. Botta e risposta sui social: «Giudicate il mio vestito invece del mio lavoro»
L’abbigliamento indossato dalla vicesindaco di Livorno Libera Camici durante una recente conferenza stampa istituzionale ha acceso un acceso dibattito sui social, dando vita a un botta e risposta tra la stessa amministratrice e un cittadino che aveva criticato la scelta dell’outfit.
La vicenda prende avvio da un post pubblicato sui social, nel quale, tra le altre cose veniva sollevata una riflessione sul decoro istituzionale e sulla parità di genere.
Il testo integrale del post recita:
«La nota di costume solo apparentemente secondaria: credo che bisognerebbe avere più rispetto per le parità di genere. Perché mai la Vicesindaca indossava (si suppone) calzoncini cortissimi? Intendiamoci, io sono un tipo di larghissime vedute, per niente bacchettone. Ma la domanda che pongo ha un carattere istituzional/paritario: Si tratta forse di un abbigliamento che il Protocollo Comunale ritiene consono ad una pubblica conferenza stampa? Se la risposta è sì, forse si ritiene naturale che gli scosci femminili siano universalmente consentiti in ogni contesto, anche formale, mentre quelli maschili non stanno bene. Sarebbe una visione, appunto, abbastanza sessista (diciamo nuovamente berlusconiana) non certo degna di un’Amministrazione a parole così sensibile alla condizione femminile. Se invece si ritiene che anche un maschietto possa scoprire totalmente le gambe in un consesso pubblico senza apparire poco rispettoso, la prossima conferenza stampa la vogliamo col Sindaco in shorts.»
Alla pubblicazione del post ha risposto direttamente la vicesindaco Libera Camici, che ha respinto le critiche, definendole espressione di un problema culturale più ampio.
Nel suo primo intervento sui social ha scritto Libera Camici scrive:
«Volevo lasciar correre, ma il silenzio alimenta certe derive. Questo post purtroppo si commenta da solo. Rispondo oggi, una volta per tutte, per rimettere subito il focus sulle cose serie.
Che tristezza!!!
Giudicare l’abbigliamento di una donna che ricopre un ruolo istituzionale, anziché valutarne l’operato, è l’esatta fotografia di quanto sia ancora lontana la parità di genere. È la prova lampante che il vero ritardo è culturale, alimentato da chi dimostra arretratezza e totale mancanza di rispetto.
C’è ancora molto lavoro da fare per scardinare questa mentalità, e noi non ci fermeremo.
Da parte mia, non perderò un solo secondo dietro a queste distrazioni. Lascio le polemiche a chi non ha altri argomenti. Noi continuiamo a rispondere con i fatti.»
La discussione, tuttavia, non si è fermata. Dopo un secondo intervento del cittadino, la vicesindaco è tornata sull’argomento con un nuovo e più articolato post, nel quale ha ribadito la propria posizione.
«Questa è davvero l’ultima volta che scelgo di dedicare – e sprecare – del mio tempo prezioso per rispondere alle polemiche sterili di questo personaggio», esordisce Camici.
Rivolgendosi direttamente all’autore del post, aggiunge:
«Caro XXX,
Vedo che continui a rincorrere la palla nel tentativo disperato di spiegare a una donna cosa sia il femminismo, cosa sia discriminatorio e come dovrebbe vestirsi per essere “davvero libera”.
Nel tuo arrampicamento sugli specchi, condito da iperboli surreali che spaziano dai cubisti ai caimani, citi la parità dei sessi solo per usarla come paravento. La verità è molto più semplice, ed è evidente anche ai sassi, per usare una tua espressione: il tuo post non era una dissertazione sociologica sui modelli culturali, era un giudizio sul mio corpo e sul mio abbigliamento in un’occasione ufficiale.
Liquidare la reazione di una donna come “non aver afferrato il senso” è il più classico dei cliché paternalisti (mansplaining, direbbe qualcuno più moderno di me). Funziona così: tu attacchi, io rispondo, e tu pretendi di spiegarmi che non ho capito il tuo nobile intento di “difendermi” dall’ennesimo abuso del mio corpo. Ma da chi dovresti difendermi, esattamente? Da me stessa? Dalla mia scelta di indossare ciò che voglio?
La vera parità non si raggiunge livellando l’autodeterminazione delle donne sullo standard del “senso del pudore maschile”, né pretendendo che il Sindaco si metta in calzoncini corti per sdoganare un concetto. La vera libertà sta proprio nel non dover subire il radiografo morale di chi, ad ogni apparizione pubblica, si sente in diritto di misurare i centimetri di stoffa di una vicesindaca anziché valutare il valore della sua presenza e del suo lavoro.
Se c’è qualcuno che sta interiorizzando un modello culturale discriminatorio, è chi ancora non riesce a vedere una donna in un ruolo istituzionale senza doverne per forza sindacare l’armadio.
Quanto ai tuoi timori di natura legale e al rischio di querele che paventi nel tuo post, lasciamo che le valutazioni del caso facciano il loro corso nelle sedi opportune; qui siamo sicuramente davanti a un disperato tentativo di buttare la palla in tribuna – per usare lo stile di casa tua – pur di non ammettere che, semplicemente, hai fatto un’uscita infelice.
In ogni caso, sentiti pure libero di continuare le tue arrampicate sugli specchi. Per quanto mi riguarda, il tempo da dedicare a una persona che, con questa polemica, dimostra chiaramente di essere davvero poca cosa sotto tutti i punti di vista, è ufficialmente terminato qui.
Libera di nome, e decisamente anche di fatto.»
La vicenda ha rapidamente alimentato il confronto sui social network, dividendo gli utenti tra chi ha ritenuto legittime le osservazioni sull’abbigliamento in un contesto istituzionale e chi, al contrario, ha condiviso la posizione della vicesindaco, sostenendo che l’attenzione avrebbe dovuto concentrarsi esclusivamente sull’attività amministrativa e non sull’aspetto estetico.
