Attualità 13 Marzo 2022

Lenny Bottai (Unità d’azione Comunista): “La bandiera dell’Ucraina non è simbolo di pace, vi spiego perchè”

Livorno 13 marzo 2022

La bandiera ucraina non è simbolo di pace. Vi spiego perché!

Lenny Bottai: questo intervento/lettera non vuole assolutamente minare la necessaria solidarietà, che Livorno deve avere verso tutti i popoli che soffrono qualsiasi guerra. Vuole porre una riflessione sui tragici eventi che stiamo vivendo, stravolti da una narrazione tendenziosa che
difficilmente porterà alla pace nella quale tutti speriamo.

Mi rivolgo al Sindaco, all’amministrazione, alle associazioni intervenute ed alla città più in generale, alla mia amata Livorno, sempre solidale quando necessario ma che deve anche approfondire i fenomeni complessi come questo che stiamo vivendo, per non diventare funzionale a chi non coltiva affatto la pace, ma bensì la guerra.

In questi giorni siamo stati travolti dalla tragicità del conflitto in Ucraina, ed è partita puntualmente la macchina della solidarietà livornese.

Si sono viste diverse manifestazioni in piazza che hanno coinvolto tutti, dal sindaco alle realtà politiche ed associative cittadine, i quali hanno giustamente parlato di una necessità di costruire la pace nel mondo.

Tuttavia, siccome reputo importante anche riflettere sui fatti che hanno portato a questa guerra, evitando – ma non troppo – di entrare in posizionamenti politici, disquisendo ad esempio l’opportunità della NATO di accerchiare la Russia installando basi ed armamenti ad est, compiendo in quei territori esercitazioni militari provocatorie che non possono davvero rappresentare il “lavorare per la Pace” a cui tutti aspiriamo

Invito quantomeno la comunità ed il suo principale rappresentante a fare una riflessione più ampia sulla questione Ucraina e sull’opportunità di manifestare per la pace con questa bandiera nazionale.

 

Nel febbraio del 2015 combattevo in occasione del centenario del Livorno
Calcio, feci l’ingresso sul ring con una maglia con scritto “Donbass Libero”.
Suonavano gli amici, anzi i fratelli, della Banda Bassotti, proprio di ritorno da
una carovana di solidarietà nel Donbass. Molti livornesi mi chiesero “chi è
Donbass?”, sintomo chiaro che il mainstream non si era mai occupato della
questione che io invece conoscevo già, per i rapporti personali con molti che
si spendevano per quel conflitto, e per una sensibilità internazionalista.

Ho fatto stage sportivi in palestre popolari per raccogliere fondi per i bambini
orfani del Donbass, quindi, grazie a tanti amici che laggiù ci sono stati e ci
tornano ogni anno, e vanno proprio negli orfanotrofi, ho tentato per quanto
possibile di contribuire e sensibilizzare su di un conflitto che nessuno ha mai
voluto vedere, ma oggi irrompe nelle nostre TV a causa dell’invasione russa
in Ucraina e di una conseguente narrazione volutamente incompleta.
Nel 2013 in Ucraina c‘è stata una “rivoluzione colorata”, termine innovativo,
perché a seconda dell’opportunità, in occidente amiamo cambiare le
definizioni dei colpi di stato per addolcire la pillola, quando ci vanno bene.
L’operazione, chiamata Euromaidan, con la quale grazie a delle sommosse
popolari fu deposto l’allora presidente Janukovic, reo di aver ripensato ad un
possibile avvicinamento alla sfera europeista ed atlantica, causò un
rovesciamento del governo allora presente. Non entro nel merito politico, nel
giudizio politico del precedente governo, ma mi limito a narrare cosa tutti
possono controllare accadde attraverso un banalissimo Wikipedia.
A fare da ariete a questa stagione furono, non la richiesta di democrazia e
libertà, come spacciato dai nostri media, ma bensì i nazionalismi più beceri, i
quali, senza nascondersi troppo, iniziarono ad incendiare l’Ucraina. In piazza
difatti si portavano le foto di Stephan Bandera, collaborazionista dei nazisti
durante l’invasione avvenuta nella seconda guerra mondiale; insieme a
quelle ucraine comparvero le bandiere rosso-nere, legate proprio al suo
movimento che poi ha generato il Pravy Sektor (settore destro) partito ed
organizzazione paramilitare neofascista; quindi si formò un braccio
paramilitare armato che prese il nome di Battaglione Azov, il cui simbolo
(Wolfsangel), è proprio ripreso da un corpo delle SS.
Euromaidan, manifestanti con quadri di Bandera e a dx il Battaglione Azov con stemma nazista.
A cosa servirono questi “bravi ragazzi”?
Culturalmente a spingere il nazionalismo ucraino in chiave anti-russa,
militarmente a reprimere e compiere crimini sulle popolazioni russofone che
nel’est ucraino sono la maggioranza. Difatti si deve ricordare che la zona
prende nome di Novorossya (nuova Russia) e storicamente, lo ha ricordato
Barbero in questi giorni, il concetto di Russia nasce proprio in quella zona.
Fu poi la rivoluzione d’ottobre che, concedendo autonomia e identità alle
repubbliche, suddivise la zona nella RSS Ucraina.
Ma tornando ad Euromaidan, senza addentrarci troppo nella storia, anche se
serve, i crimini che accompagnarono quella stagione (tanto sponsorizzata
dai nostri media perché le garantì l’ingresso nella sfera dell’influenza
atlantica e europea) voglio ricordare la strage di Odessa, la quale vide 48
persone (solo quelle accertate) massacrate e bruciate vive nella casa del
sindacato dei lavoratori, appunto, perché “colpevoli” di essere filo-russi e
troppo di sinistra. Questo considerando che in Ucraina difatti si iniziò a
cancellare tutta la storia recente, cambiando addirittura nome a strade e
piazze, ed abbattendo simboli che la legavano alla RSS Ucraina, ma ciò non
in tutte le zone fu possibile a causa delle resistenze di molti cittadini, in
prevalenza russofoni ma non solo, che si opposero.
Immagini della strage di Odessa
Fu una stagione di intimidazioni e massacri, di cancellazione della storia
recente dell’Ucraina e di negazione di diritti come parlare la lingua russa.
Fu per questo che la Russia entrò in Crimea per annetterla, essendo abitata
in stragrande maggioranza da russofoni, ed il Donbass, per lo stesso motivo,
iniziò a chiedere indipendenza, avvenuta a seguito di un’auto-proclamazione
seguita ad un referendum passato con larghissima maggioranza (80%) di
Donetsk e Lugansk. Ma questo – ovviamente – non venne accettato da Kiev,
che rimase libera di agire grazie all’appoggio strategico di UE e NATO.
Nel 2015 si arrivò alla stipula del protocollo di Minsk, nel quale le parti si
accordarono per un “cessate il fuoco”, con l’accordo bilaterale di
riconoscere le due neonate repubbliche popolari di Lugansk e Donetsk
(proprio dove ha giocato Cristiano Lucarelli), e con l’allontanamento
dell’Ucraina lontano dalla sfera russa col governo Proshenko. Tuttavia, il
“cessate il fuoco” non fu mai stato rispettato dal governo ucraino, è ciò
senza che nessuna organizzazione internazionale intervenisse a supporto
delle dette popolazioni, sostenute solo dalla Russia.
In Donbass, difatti, nel silenzio totale dei nostri media, grazie al governo
ucraino che ha non solo legittimato ma anche riconosciuto e premiato le
milizie naziste citate, inserendole addirittura nella guardia nazionale, sono
morte circa quindicimila persone delle quali duecento bambini, con tanto di
sacrari dedicati che si trovano con una semplice ricerca on line. Ma i nostri
media si sono rapidamente dimenticati tutto.
Di tutto questo il governo ucraino, passato poi nel 2019 da Proshenko all’ex
attore Zelensky, il quale ha continuato la stessa identica linea del
predecessore, quindi è ampiamente responsabile e non può oggi, a causa
dell’invasione russa, essere assolto e visto come simbolo di pace, oppure
vittima di una guerra che ha causato.
A sinistra Zelensky insignisce del titolo di eroe dell’Ucraina il paramilitare del Pravy Sektor
Kozubailo, a destra il sacrario dei bambini caduti in Donbass.
Ecco perché oggi portare in piazza la bandiera ucraina non è affatto un
simbolo di pace e vi invito a riflettere!
In questi giorni stiamo assistendo ad un atteggiamento vergognoso da parte
dell’Europa, nonché dell’Italia, le quali, oltre a favorire questa narrazione,
esercitando una memoria selettiva, soffiano sul fuoco del conflitto
annunciando finanziamenti ed armi all’Ucraina legittimandosi con una
campagna mediatica a senso unico, perché i soldi tanto li prendono dalle
tasche dei cittadini a cui raccontano di essere per la pace.
Ma non eravamo una nazione che ripudia la guerra come soluzione delle
controversie internazionali?
Ecco, invito pertanto ad osservare cosa sta accadendo nel nostro paese,
dove si stanno creando le condizioni per giustificare l’ennesimo conflitto,
cercato solo per ragioni di geopolitica (bisognerebbe parlare del gas russo,
ma si farebbe notte). Stiamo insomma trasformando in vittima un governo
(non i popoli, quelli sono ben altra cosa, ma debbono anche farsi carico di
tutto ciò che è successo dal 2013 ad oggi, e prenderne le distanze se
vogliono la pace) che vittima non è affatto. Bisogna ricordare infatti che
queste dinamiche di utilizzo di reparti come quelli citati sono le stesse che
hanno creato il terrorismo islamico, a suo tempo comodo per combattere
l’URSS, poi sfuggito di mano per stessa ammissione della Casa Bianca.
Ad oggi il governo ucraino, non solo si serve dei bracci armati neonazisti
ufficialmente, ma di democratico non ha proprio niente, e compie operazioni
come quella riportata di recente <<senza alcun clamore>> dai nostri media,
dove il SBU (servizio segreto ucraino) siccome riteneva che uno dei
diplomatici ucraini presenti a Minsk alla trattativa col governo russo fosse
una spia, non lo ha arrestato e processato, ma freddato con un colpo di
pistola in testa a seguito di un processo sommario. Così come a Mariupol si
vedono video di eserciti di coscritti, tra i quali bambini, che imbracciano
mitra e bandiere naziste del battaglione Azov e giurano di difendere la patria.
A dx l’annuncio de La Stampa dell’uccisione di un diplomatico ucraino,
a sx un bambino soldato di Mariupol
Quindi domando: siamo sicuri che la bandiera ucraina è simbolo di pace
oggi? In quale misura e per quale motivo?
Attenzione a concentrarsi perciò solo sul mostro di turno, Putin, il quale
seppur non mi rappresenta affatto, è diventato parte attiva di questo conflitto
solo da pochi mesi, e renderlo il nuovo Saddam (con rituale richiamo alle
armi chimiche…) può servire a dimenticare tutto quello che in Ucraina, ed in
special modo nel Donbass, è successo impunemente dal 2014 ad oggi.
Detto questo, ribadisco che, augurandomi davvero che si arrivi presto alla
pace, magari con un ritiro delle forze russe contestuale con la garanzia di
neutralità dell’Ucraina dal campo atlantico – fatto che comporterebbe basi ed
armi in quel territorio e vorrebbe dire quindi un futuro di tensioni geopolitiche
– così come mi auguro anche il riconoscimento vero delle due repubbliche di
Lugansk e Donetsk, che hanno il sacrosanto diritto di vivere in pace; e
ribadisco il mio invito a non trasformare la bandiera dell’Ucraina in una
bandiera di pace, perché i fatti parlano chiaro, e se i cittadini di questa
nazione legittimamente vogliono oggi manifestare per la pace, ben venga,
ma prendano atto di quanto esposto ed anche le dovute distanze dal
governo ucraino, ritenendolo corresponsabile della situazione che viviamo.
Il chiaro collegamento tra NATO e Azov, con i riferimenti ideologici.
Vogliamo davvero la pace?
Cerchiamola veramente allora iniziando a fare chiarezza, nel rispetto di ogni
vittima generata da questo conflitto, che non inizia oggi ma nel 2013.
Qui lancio anche una provocazione, siccome io stesso mi sono avventurato
nell’ipotesi, dico che, se volessimo fare una campagna di solidarietà eguale,
per gli ucraini ma anche per le popolazioni di Lugansk e Donetsk, che lo
ripeto la guerra la patiscono da otto anni, e volessimo approcciare l’iniziativa
di spedizione di pacchi, accoglienza profughi, oppure adozione di orfani,
come io stesso ho fatto, benché per l’Ucraina il Donbass sia territorio
nazionale, scopriremmo che non esiste possibilità di raggiungerli in nessun
modo, perché il governo ucraino non lo permette (proviamo?). Sfido Sindaco
ed associazioni a testare ciò che dico.
E da qui si capisce quanto strumentale possa essere la normalizzazione del
governo ucraino e della figura di Zelensky, ad oggi promosso dai nostri
media come una vittima.
Domenica 13, al Circolo Arci La Rosa ospiteremo Clara Statello, osservatrice
internazionale dal 2016 in Donbass, proprio per fare chiarezza su quanto i
nostri media hanno “casualmente tralasciato”, ricordando che la pace si
coltiva, costruendo un mondo multipolare.
Lenny Bottai – Unità d’Azione Comunista Livorno

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