Cronaca 1 Marzo 2026

Livorno, fiaccolata contro le morti sul lavoro: “Si lavora per vivere, non per morire”

Livorno 1 marzo Livorno, fiaccolata contro le morti sul lavoro: “Si lavora per vivere, non per morire”

 

Livorno, fiaccolata contro le morti sul lavoro: “Si lavora per vivere, non per morire”Si lavora per vivere, non per morire”. È la scritta che ha aperto la fiaccolata partita da piazza della Repubblica, attraversato via Grande e raggiunto il porto, in una Livorno scossa dalle ultime tragedie sul lavoro.

Negli ultimi giorni la comunità labronica è stata colpita da due nuovi decessi, tre dall’inizio dell’anno. Federico, Niko e Manole – ricordati uno ad uno durante la manifestazione – “sono usciti la mattina di casa e non vi hanno fatto più ritorno”, ha detto il segretario generale della CGIL di Livorno, Gianfranco Francese, nel suo intervento davanti ai partecipanti.

Alla fiaccolata erano presenti anche il sindaco di Livorno Luca Salvetti e i consiglieri regionali Franchi (PD) e Fallani (AVS), a testimonianza di una mobilitazione che ha coinvolto istituzioni, associazioni e cittadini.

“Mai fatalità, ma responsabilità”

Nel suo discorso, Francese ha parlato di “tragedia incommensurabile” e di un dolore che non riguarda solo i familiari, ma l’intera comunità. “Il diritto alla vita e a lavorare in condizioni di sicurezza deve venire avanti a tutto – ha ribadito –. Ogni volta diciamo che non deve più accadere, ma la realtà è che nel nostro Paese si continua a morire di lavoro”.

Secondo il segretario della CGIL livornese, non si può parlare di fatalità: “Quando muore una persona sul lavoro non siamo mai di fronte a una fatalità, ma a criticità organizzative, carenze nei controlli, frammentazione delle responsabilità”.

Nel mirino del sindacato ci sono le cause strutturali dei rischi:

Nel mirino del sindacato ci sono le cause strutturali dei rischi: l’interferenza tra imprese, le catene di appalti e subappalti, la precarietà sistemica, la pressione costante sui tempi di produzione e di lavorazione, i ritmi definiti “insostenibili”.

“La sicurezza, quella vera – ha sottolineato Francese – non può essere un elemento accessorio o subordinato alla produttività. Il diritto alla vita e all’integrità fisica e morale delle persone deve essere la priorità assoluta sul piano organizzativo e gestionale di tutte le attività produttive”.

Per il segretario della CGIL livornese non basta il rispetto formale degli adempimenti burocratici: “La sicurezza non può ridursi alla firma di moduli o all’adempimento degli obblighi di legge. C’è un obbligo che viene prima di tutto: la presa in carico della persona che entra a lavorare e la protezione concreta della sua vita”.

Da qui la richiesta di investimenti veri, pubblici e privati, in prevenzione e di un rafforzamento dell’azione ispettiva degli organi preposti ai controlli. Il sindacato ha annunciato che seguirà con attenzione l’evoluzione delle indagini sulle cause e sulla dinamica degli incidenti che hanno portato alla morte di Federico, Niko e Manole, assumendosi “la propria parte di responsabilità” e promettendo di essere “sempre più incalzante” nei confronti delle associazioni datoriali e delle istituzioni.

L’abbraccio ai familiari

Un passaggio particolarmente toccante è stato dedicato ai familiari delle vittime: “Vogliamo stringerci attorno alle madri e ai padri, ai fratelli e alle sorelle, alle mogli e ai compagni, ai figli rimasti orfani e alla bimba che deve ancora nascere. Vogliamo che sentano che il loro dolore è anche il nostro, perché ogni vita è irripetibile”.

Il richiamo alla pace

In chiusura, Francese ha allargato lo sguardo anche ai conflitti internazionali, ribadendo il no a tutte le guerre e alle morti civili, sottolineando come il rispetto della vita umana debba valere sempre, nei luoghi di lavoro come nei contesti di guerra.

La fiaccolata si è così trasformata non solo in un momento di lutto e memoria, ma in un appello collettivo alla responsabilità, alla sicurezza e alla tutela della vita come valore assoluto. Perché, come recitava lo striscione in testa al corteo, si lavora per vivere, non per morire.

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