Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “La Vecchia” di Georges Simenon
Livorno 2 ottobre 2025 Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Stella Maris” di Cormac McCarthy
“Non è mai troppo tardi per leggere un buon libro”
Rubrica di recensioni, a cura dello scrittore e traduttore Maurizio Grasso.
Non sono sempre necessariamente recensioni di libri appena usciti, ma di “buoni libri”.
Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “La Vecchia” di Georges Simenon
Quando nel 1959 Georges Simenon diede alle stampe La vecchia, scritto in soli otto giorni nel gennaio di quello stesso anno, in Francia le recensioni parlarono di un “Simenon diverso da tutti gli altri”. Per quanto possa apparire incredibile, questa edizione Adelphi pubblicata a inizio 2026 è la prima italiana: a quasi settant’anni dalla versione originale, La vecchia non era mai stato tradotto.
In effetti, non solo qui manca un delitto (come peraltro in molti dei cosiddetti romanzi duri) ma anche ogni traccia di suspense. Non sembra vi sia nulla da scoprire, salvo come andrà a finire tra Juliette Viou, la “vecchia” del titolo (Simenon non l’ha dotata neanche del sostantivo “signora”) e sua nipote Sophie Émel, una ventisettenne pilota e paracadutista di fama internazionale che ha preso sua nonna in casa dopo che per quindici anni, da quando abitava con la sua famiglia in boulevard Saint-Germain, non ne aveva più avuto notizie.
Perché questa improvvisa indulgenza verso una parente sparita dalla sua esistenza, verso una semi-estranea? C’è una ragione “ufficiale”. La vecchia non voleva saperne di lasciare uno stabile dove viveva da quasi sessant’anni e che stava per essere demolito; un commissario di polizia si era dovuto rivolgere alla nipote famosa che, incredibilmente, era riuscita a convincerla a non buttarsi giù dalla finestra e a venire a vivere con lei.
Uno iato va comunque colmato: Juliette aveva detto che per nulla al mondo avrebbe lasciato il suo angolino di vita che per lei era tutto; poi arriva una nipote che lei neanche riconosce quando si presenta alla sua porta, la vecchia la sottopone a un interrogatorio per accertarsi che non sia un impostore, che non le stiano tendendo un tranello per farla uscire dalla tana e, dopo qualche minuto, fa qualcosa di impensabile: lascia il suo secondo “utero materno” per traslocare in una casa sconosciuta, sia pure portandosi quanto ha di più caro in diversi bauli e scatoloni. Bisogna attendere a lungo per comprendere questo voltafaccia.
Quanto a Sophie, fa piuttosto la vita dell’attrice di cinema: si alza a mezzogiorno quando va bene, ha sempre qualche ospite femminile in giro per casa, ora c’è una certa Lélia che lavora in un café chantant e ha mal riposte ambizioni di successo. Sono amiche che come lei hanno ormai il disgusto degli uomini, Juliette che beve whisky come un’alcolista e, insomma, ha una vita alquanto sregolata per essere una donna che, nel suo lavoro, deve avere nervi d’acciaio e una concentrazione totale. Che strana accoppiata di personaggi ha assortito lo scrittore di Liegi, cosa potrà uscirne? In fondo, nelle loro vene scorre buona parte di sangue comune ed è questo l’aspetto cruciale del romanzo, come si scoprirà nelle ultime pagine.
Le strane conviventi fanno due cose in patente contrasto fra loro: si studiano guardinghe come in una partita a scacchi e al tempo stesso si confessano come non hanno fatto con nessuno, soprattutto l’anziana, come se per lei si tratti dell’ultima occasione. Sono entrambe un misto di scaltrezza e sincerità, con una punta di durezza nella giovane che la vecchia ha perso perché la sua esistenza l’ha sbaragliata, ma lei probabilmente si racconta un’altra verità: ha compreso che essere duri è un fardello pesante da portare per decenni e decenni e di cui, d’un tratto, si percepisce tutta l’inutilità e lo si molla per via.
La nonna si racconta molto e chiede poco, la nipote risponde con onestà ma non sempre volentieri, per esempio quando la vecchia le chiede se ha mai avuto il desiderio di sposarsi. La risposta è secca. Gli uomini per lei sono un contorno inessenziale, un decoro di cui a stento si accorge. «Quando ne sento il bisogno, preferisco tirar su il primo che passa. Ti sorprende?». La nonna, con sincera, o forse affettata umiltà, chi lo sa, sciorina davanti alla nipote il loro comune pedigree, ciò di cui Sophie aveva ritenuto di essersi liberata, affrancata per sempre e con sollievo. Non era così. Loro due sono della stessa pasta e ciò, anziché confortare la ragazza, anziché infonderle un senso di familiarità, la sconvolge.
In Simenon il gusto di stupire il lettore, di spiazzarlo continuamente è talmente incoercibile che il percorso della scoperta reciproca delle due parenti, la nonna e la nipote che si conoscono appena, si rivela una gimcana di emozioni, di comportamenti inattesi. Forse, più che di “gusto”, sarebbe più corretto parlare di “concezione”. Simenon sembra credere davvero che i meandri della mente umana siano avvolti in una nebbia misteriosa e che, quanto più li si esplora attraverso le manifestazioni esteriori dell’individuo, quanto più ci si addentra in essi, tanto più il segreto si infittisce: in breve, si tratta di un baratro di cui non si toccherà mai il fondo.
Ma una verità alla fine emerge: al di là del legame di sangue, Juliette e Sophie rappresentano due concezioni antitetiche dell’essere donna e dell’opporsi tenacemente agli schemi sociali. Per la vecchia, che dalla propria ribellione ha ricavato soltanto schiaffi, una donna è sempre un essere incompleto: «Cerchiamo di aggrapparci, tu, io, Lélia, le altre, ci aggrappiamo a qualsiasi cosa, come tessere di un puzzle, senza sapere cosa manca esattamente…». Juliette non si è mai sentita in casa sua, se non nei rari momenti in cui il vero padrone di casa, il primo marito, poi il secondo l’avevano lasciata vedova. Insomma, la costola di Adamo.
Quanto a Sophie, fin dall’adolescenza, forse addirittura dall’infanzia ha lasciato germinare in sé un modello maschile di indipendenza e autarchia, tanto che degli uomini non ha bisogno se non quando, assai raramente, li tratta come un’ape regina usa un fuco. La vita l’ha condotta sulla strada del cinismo, ma un tratto di solidarietà umana non l’ha mai abbandonata: ogni tanto raccatta cani randagi, e anche le sue ospiti in fondo sono creature randagie dell’esistenza. È la Sophie bambina che è rimasta in lei a provare questi sentimenti, mentre l’altra, la giovane adulta, la lascia fare con benevolo disincanto. Eppure nella Sophie di oggi Juliette riconosce la se stessa a quell’età, ed è per questo che ha scelto di fare la ospite di sua nipote, che è un po’ essere ospite di se stessa in un’altra vita.
La maestria di Simenon nell’abbozzare con pochissimi tratti due caratteri così lontani nel presente, lasciandoci intuire che si tratta in realtà di due fasi dell’esistenza umana, è impareggiabile. Per chi apprezza, o addirittura venera questo autore (è il mio caso), La vecchia è un libro imperdibile.
