Libri, recensioni 25 Ottobre 2022

Recensioni – “La Malora” di Beppe Fenoglio

“Non è mai troppo tardi per leggere un buon libro”

Livorno 25 ottobre 2022 –  “Non è mai troppo tardi per leggere un buon libro”

Rubrica di recensioni, a cura dello scrittore e traduttore Maurizio Grasso.

Non sono sempre necessariamente recensioni di libri appena usciti, ma di “buoni libri”.

Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “La Malora” di Beppe Fenoglio

Cent’anni di Beppe Fenoglio.

Pochi giorni fa ricorreva il centenario della nascita di Beppe Fenoglio. Abbiamo visto in TV che alla celebrazione in onore del grande scrittore piemontese c’era anche il presidente Mattarella. Ma Fenoglio non è soltanto il “cantore della Resistenza”. La malora ne è un esempio.

Che cos’è la malora? La parola del titolo è nominata solo una volta in questo romanzo breve, verso la fine del testo, come sinonimo di sfortuna. È la condizione predestinata del giovane contadino Agostino, che ce la racconta in prima persona. È un mondo dove la speranza è una pianta che fiorisce ogni vent’anni, dove la fatica viene ripagata a stento da pane senza companatico. In Italia solo Fenoglio ha saputo, dopo Verga, rendere con tanta poesia questa ruralità subalterna e dimenticata che esala miseria anche quando respira.

Le Langhe di Fenoglio.

La malora (1954) fu il secondo volume pubblicato da Beppe Fenoglio. Vide la luce grazie ai buoni uffici di Italo Calvino presso Einaudi e malgrado alcune perplessità di Elio Vittorini. Quest’ultimo è più famoso per non aver pubblicato Il Gattopardo e per aver curato la celebre antologia Americana che per le sue opere originali.

Ritroviamo il Fenoglio dei capolavori futuri (Una questione privata, Il partigiano Johnny), ma anche quello de I ventitré giorni della citta di Alba. Persiste la sua originale, consapevole scelta linguistica di innestare sintassi e lessico del dialetto nell’italiano. La cifra stilistica dello scrittore piemontese non è molto cambiata nel tempo. Ma l’ambientazione de La malora ha dato il destro per spingere all’estremo un esperimento espressionista di rara efficacia.

Questi tentativi, come è noto, lo accomunano a Pavese, suo conterraneo di Langhe benché più anziano di una quindicina d’anni e più “personaggio pubblico”. Ha una lunga ascendenza che scende nello Stivale fino alla Sicilia di Verga passando per la Toscana di Tozzi. Della terra grassa di quelle Langhe Beppe Fenoglio, grande conoscitore autodidatta della letteratura anglosassone era impastato. Quando smetteva i panni del raffinato lettore e traduttore, indossava quelli della sua gente e scriveva come loro pensavano.

Ne La malora non si parla di guerra. I temi sono simili ai romanzi langhigiani di Pavese, Il diavolo sulle colline o La luna e i falò. Un mondo rurale dove ogni cascina è un microcosmo, un villaggio. Un mondo arcaico in pieno XX secolo, a due passi dalla Torino di Carlo Levi, che era dovuto arrivare fino in Lucania per scoprirlo. Violento, duro come la roccia dove si scavavano i suoi pozzi e disperatamente rassegnato. La scelta espressiva di Fenoglio non aveva alternative. Questo universo conchiuso aveva una grammatica tutt’una con la mentalità e la visione della vita. Non lo si poteva tradire, non c’era modo di raccontarlo altrimenti.

I Malavoglia della valle del Bembo.

La famiglia di Agostino Braida, sorta di Malavoglia delle Langhe, precipita di anno in anno nella povertà. Possiede un fazzoletto di terra da cui non si cava abbastanza per vivere. Per sottrarsi alla miseria bisogna andare da servitore da Tobia, mezzadro del Pavaglione, come il protagonista Agostino, o in seminario, come il fratello Emilio. L’abito talare, per questa piccola classe proprietaria in declino, è il solo ascensore sociale disponibile. I padroni restano padroni, i mezzadri mezzadri e tutti gli altri sono niente, non c’è un Mastro don Gesualdo nella valle del Belbo. Ma la “roba” delle Langhe non è diversa da quella di Vizzini, in Piemonte come in Sicilia resta una corruzione dell’anima.

I natali sono tutto, segnano il cammino della vita. «Mi sembrava di non sprecar gli anni, persuaso com’ero di dover starci l’eternità al Pavaglione». Per questa gente nata contadina e legata alla terra con invisibili catene, Alba è una metropoli. Quando ci si va, magari una volta ogni dieci anni, è un rito di iniziazione al mondo urbano, così illusoriamente privilegiato rispetto a quello agrario. Alba, con «quel fiume Tanaro dove, a sentir contare, tanti della nostra razza langhetta si sono gettati a finirla». È una vita che incattivisce, che invecchia precocemente soprattutto le donne. Non concede di coltivare sogni, solo brevi istanti di sollievo, in attesa di quello definitivo.

Una scrittura che non invecchia.

La fama di Beppe Fenoglio, certamente uno dei maggiori scrittori italiani del secondo Novecento, è quasi tutta postuma. Le sue opere sono concentrate in poco più di un decennio e si interrompono solo con la sua prematura morte a quarant’anni. Non ha mai creduto molto in se stesso. Dopo La malora, vedendo che nei primi mesi nessuno recensiva il libro, nel suo diario confessa di essere uno scrittore di quart’ordine.

Nondimeno decide di continuare a scrivere, considerando la scrittura «non più dell’appagamento d’un vizio». Una questione privata (1963), «il romanzo sulla resistenza che tutti avremmo voluto scrivere» secondo Calvino, e Il partigiano Johnny (1968) uscirono dopo la sua morte. Insieme a quelle pubblicate in vita hanno affascinato milioni di lettori e fatto scrivere fiumi di inchiostro ai critici. Leggere Fenoglio, fosse anche un singolo racconto, è sempre un’esperienza che scava nel profondo e lascia dentro qualcosa: cos’altro chiedere a un libro?

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