Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Il genere del suono” di Anne Carson
15 ottobre 2026
“Non è mai troppo tardi per leggere un buon libro”
Rubrica di recensioni, a cura dello scrittore e traduttore Maurizio Grasso.
Non sono sempre necessariamente recensioni di libri appena usciti, ma di “buoni libri”.
Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Il genere del suono” di Anne Carson
Di Nobel per la letteratura sorprendenti negli ultimi anni ce ne sono stati molti, ma quello dato in questi giorni alla poetessa e saggista canadese, quanto a sorpresa, pare batterli tutti. Eppure, tra gli addetti ai lavori il nome di Anne Carson come candidata al premio circolava da un decennio. La prima reazione dell’autrice, mentre stava ad “ascoltare il vento” in Islanda, è stata: «Incredibile, sono tutti pazzi!», Poi ha aggiunto espressioni di contentezza e gratitudine che, comunque, non possono cancellare la prima (istintiva e veritiera) reazione.
Le motivazioni del premio recitano tra l’altro: «Per la sua opera audace e creativa che, in un dialogo giocoso con la tradizione classica, ha dato vita a nuove forme per la letteratura contemporanea».
Di giocoso ne Il genere del suono c’è ben poco. Esso in realtà è un breve saggio polemico che esplora le radici del patriarcato e della conseguente sottomissione femminile, e lo fa, per così dire, sonoramente. Questo libretto mi pare essere molto utile per un primo approccio all’opera della settantaseienne scrittrice di Toronto, benché non vi si possano riscontrare gli sperimentalismi di cui parla l’Accademia di Svezia. Dall’origine del Tempo, questo l’incipit del volume, l’uomo si basa sul suono emesso da un suo simile per ricavarne un primo, sommario giudizio che difficilmente cambierà.
La Carson cita illustri pensatori greci per ricostruire la formazione di un complesso e insidioso luogo comune, a partire da Aristotele che considera malvagie le donne dalla voce stridula perché tutte le creature coraggiose e giuste (leoni, tori, uomini di sesso maschile ecc.) ne hanno una profonda e grave. Questo stereotipo misogino si è trasmesso nei secoli fino a noi, dal momento che, a quanto pare, Ernest Hemigway ruppe i suoi rapporti con Gertrude Stein perché non poteva sopportare il tono della sua voce, o che «Margaret Thatcher si è allenata per anni con un vocal coach per far suonare la propria voce più simile a quella degli altri onorevoli parlamentari».
È sorprendente quanto documentata sulle fonti, miti, poesia e tragedia, trattati storici, sia questa operetta il cui argomento apparirà ai più “minore”. Evidentemente per la Carson non è così. Il carattere della voce feminile, opposto a quanto in una cultura patriarcale simboleggia “prudenza, solidità mentale, moderazione, temperanza, autocontrollo”, ossia ciò che i greci chiamavano σωφροσύνη (sophrosyne), è l’indicatore di una paura ancestrale dell’universo maschile verso l’irrazionale o il mostruoso che è proprio, o più esattamente si associa da sempre all’altro genere, ossia all’alterità incomprensibile (e pericolosa) della donna. Medusa, le Moire, le Furie, la Gorgone, Chimera, l’Idra di Lerna, Echidna, Scilla e Cariddi. L’elenco è ben più lungo. Ma senza scomodare la mitologia, sostiene la Carson, «le donne nella letteratura classica sono una specie dedita a un disordinato e incontrollato deflusso di suoni: urla, lamenti, singhiozzi, strilli, sonore risate, grida di dolore o di piacere e, in generale, l’eruzione di crude emozioni».
In breve, l’acuta voce femminile è il vessillo sonoro di un universo negativo e negativizzante di instabilità ed emotività. Questo preconcetto non è ancora sepolto. Non capita ancora di sentir dare anacronisticamente della “femminuccia” a un uomo che singhiozza o che non ha una voce virile, baritonale? Da buon allievo di Charcot, ai cui tempi il disagio mentale era bollato genericamente come “isteria” (con evidenti allusioni all’organo sessuale femminile), persino Freud sosteneva che la donna è in grado di attenersi alle leggi morali, ma non possiede la misura dell’etica. Aggiungo io: in Italia le donne hanno avuto accesso alla magistratura solo nel 1963, ossia fino a che la legge n. 66 non spazzò via l’idea che una donna non fosse dotata di equilibrio, moderazione, autocensura e autocontrollo, quindi non potesse giudicare con piena consapevolezza ed equità.
Per la Carson i progressi che pure hanno conosciuto le scienze del linguaggio e della sfera cognitiva non hanno del tutto smantellato l’inveterato pregiudizio maschilista e patriarcale, dando luogo a un dibattito culturale ancora irrisolto. Secondo alcuni autori citati in nota (fra questi nomi altisonanti come Adler, Spender, Irigaray) i suoni prodotti dalle donne hanno «differenti gamme d’intonazione, differenti preferenze sintattiche, differenti campi semantici, differenti dizioni, differenti trame narrative, differenti strumenti comportamentali, differenti pressioni del contesto rispetto ai suoni prodotti dagli uomini». Insomma, la donna emancipata del Terzo Millennio non può avere un suo specifico emozionale e mentale senza essere nel contempo ghettizzata o, se preferite, isolata sul piano tassonomico.
In questo saggio, le variegate declinazioni del pregiudizio sulla voce femminile spaziano da Cassandra ad Afrodite, dalla ninfa Eco alle Sirene. Non possiamo dimenticare che Anne è una classicista, che padroneggia il greco antico come una seconda lingua madre e che ha tradotto Saffo, oltre alla “santa trinità” dei tragediografi greci: Eschilo, Sofocle ed Euripide.
Anne Carson chiude questa sua riflessione acuminata ed (in senso letterale) eccentrica sotto il profilo culturale sostenendo di aver “lanciato una rete in campo aperto”. Insomma, la sua vuole essere una provocazione costruttiva al fine di stimolare il dibattito sull’infondatezza del “suono di genere” (parafrasiamo il suo titolo), a costo di attirarsi vecchie accuse di «ingenuità etnografica», perché tende a spostare continuamente il focus storico dall’antichità a una contemporaneità che abbraccia anche il Novecento.
Come già accennato, la caratteristica di Anne Carson di fondere varie forme di scrittura, dal verso al saggio, dal dialogo teatrale alla prosa narrativa, non si può apprezzare in questo libretto di Crocetti, edito con lungimiranza proprio in questo 2026 che l’ha vista salire dagli onori degli atenei a quelli della cronaca e che è tratto da una più vasta opera, Glass, Irony, and God (1995), che lo stesso editore aveva già tradotto e pubblicato tre anni fa. Nondimeno, Il genere del suono resta una meditazione che, nella sua concisione, lascia il segno.
