Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Il grande frastuono” di Roy Chen
Livorno 9 giugno 2026 Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Il grande frastuono” di Roy Chen
“Non è mai troppo tardi per leggere un buon libro”
Rubrica di recensioni, a cura dello scrittore e traduttore Maurizio Grasso.
Non sono sempre necessariamente recensioni di libri appena usciti, ma di “buoni libri”.
Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Il grande frastuono” di Roy Chen
Tre donne, tre generazioni. Uno stesso giorno in cui accade tutto. Ecco la sfida a cui si è sottoposto Roy Chen nel suo ultimo romanzo, Il grande frastuono (2023, uscito in Italia nel 2025). Far parlare separatamente ma contemporaneamente Gabriela, sua madre Noa e sua nonna Tzipora, donne completamente diverse che tuttavia appartengono allo stesso ceppo e ne costituiscono tre successive declinazioni nel tempo. «Mi sono venute le sopracciglia di mia madre», diranno in momenti diversi tutte e tre: non sanno neanche loro se ne sono compiaciute, deluse o rassegnate.
Entrare nella loro testa da maschio, con un misto di presunzione e di affetto. Cercare di vaticinare quanto i geni e le influenze dell’educazione possano perforare la corazza di unicità di un individuo. In fondo, il vero scrittore sa attraversare il presunto muro tra i generi come uno stargate. Altrimenti, come sarebbero nati Emma da Flaubert, Anna da Tolstoj, Orlando dalla Woolf e Adriano dalla Yourcenar?
Per Chen la vita scava profondi canyon nell’anima e nel cuore delle persone, ma in fondo a quei crepacci continua a scorrere un filo o un torrente di vita. La vita che nel profondo è gioia, scherzo, riso, ricerca della felicità. Anche la shivà, la settimana di lutto rituale dell’ebraismo, è soggetta a privazioni, bisogna attraversarla come un cerchio di fuoco, pregare, ricordare, ma alla fine le persone in lutto devono alzarsi e procedere nel loro cammino.
Roy Chen ripercorre temi cari a David Grossman, i drammi o le tragedie degli esseri umani, ma lo fa prendendo in prestito una manciata di leggerezza da Etgar Keret. Umorismo dissacrante da una parte, sofferenza e senso panico di inadeguatezza dall’altra sono la trama e l’ordito della sua prosa.
La prima parte accompagna la sedicenne Gabriela. La piccola (anche di statura) Gabriela, un metro e cinquantacinque di introversione e di maremoti interiori, è divisa tra l’amore per il violoncello, che lei chiama «il mio orso di legno», e quello per Yonatan, suo compagno di banco di pochissime, taglienti parole, che porta sempre una cuffia sulla testa ma solo perché «blocca i rumori superflui». Così si protegge dal “grande frastuono”, ma Gabriela non lo sa ancora.
Quando in un parco giochi Gabriela dimentica da qualche parte la custodia del suo “orso” e non la ritrova, va in panico, chiede ovunque, si raccomanda a Dio, finché non si imbatte in una pattuglia che ha creato un cordone attorno a una zona del parco: il suo violoncello è stato scambiato per una bomba e stanno per chiamare gli artificieri. Gabriela vorrebbe parlare, la voce non le esce, ha paura di un castigo, ha paura di ciò che dirà sua madre Noa quando verrà a sapere.
Un adulto si avvicina disinvolto ai poliziotti e, scusandosi, dice che è un musicista e ha dimenticato lui la custodia. Solo quando l’uomo cerca di appropriarsi dello strumento si scatena l’ordalia: la piccola Gabriela contende allo sconosciuto la proprietà del violoncello. Che succederà? Sarà segato in due salomonicamente? Il solo modo per dimostrare che è suo è suonarlo. E lo fa, mentre l’impostore, vistosi smascherato, fugge inseguito da un poliziotto. Suona il primo movimento del concerto per pianoforte di Elgar, sua croce e delizia da mesi. Non si può fermare, la musica come la vita va avanti. «Nessun altro strumento sa piangere come il violoncello. Nemmeno l’essere umano».
La vicenda con Yonatan avrà un epilogo triste. Gabriela non ha capito che le raccontava tante bugie, per vergogna: sul suo mese all’estero dal padre, sui graffi di cane che aveva sulle braccia. Niente padre all’estero, niente cane. «Chi ho perso? Era questa la domanda che la faceva girare a vuoto. Un fidanzato segreto? Un conoscente casuale? Un bugiardo grottesco?»
Noa mormora continuamente «il suo percorso nel mondo come la narratrice della propria vita». È tutto l’opposto di sua figlia Gabriela. Sa così poco di lei, il loro discorso più lungo non supera i cinque minuti. Non sa nulla di lei e di Yonatan, sa però della tragedia di quel suo taciturno compagno di scuola. Sa anche che, quando la sua bambina suona, si trasfigura, sembra un’adulta per le emozioni mature che la attraversano: intensità, profondità, passione.
Noa fa la portavoce del comune di Tel Aviv, è abituata a guadagnarsi da vivere parlando. È talmente abituata che parla da sola, davanti alla TV, in giro per casa. Che cosa le regalerà per il quarantesimo compleanno suo marito Nimrod (Noa è del 1980 come Roy!), che fa il fisiatra e la conosce come nessun altro? La sta portando da qualche parte, pernotteranno fuori questo sabato, oltre non si è sbottonato.
Quando arrivano, Nimrod scioglie la riserva: «Sei continuamente stressata al lavoro. Sognavi di startene da sola con te stessa in silenzio ed ecco… Un ritiro del silenzio». Ed è là che l’ha portata. Un centro spirituale fuori Gerusalemme dove gli uomini non sono ammessi. Ventiquattr’ore di silenzio. Lui tornerà a prenderla alla fine del weekend. Gabriela l’ha sentita dire al telefono che era un suo sogno andare a un ritiro del silenzio e il marito ha colto la palla al balzo. I suoi “due taciturni” gliel’hanno fatta, pensa. Lei che passa ore e ore al telefono ogni giorno che Dio le manda.
Per Noa questa esperienza dovrebbe essere un esercizio di profondità, una sorta di immersione in un’apnea tutta mentale, lei così abituata alla dimensione orizzontale dove gli eventi si mettono in fila nel tempo, tanto fitti da sovrapporsi. Le è congeniale restare alla superficie delle cose, non il contrario: in un certo senso, è talmente preponderante il suo “pubblico” che il suo privato le è quasi sconosciuto.
Riuscirà Noa a resistere ventiquattro ore senza parlare? L’esperienza sarà mortificante: «non sono capace di stare da sola con me stessa». A volte, però, si chiude una porta e si apre un portone. Quelle ventiquattro ore la condurranno in un altrove, le offriranno esperienze inattese e galvanizzanti. Il frastuono, non il silenzio le è congeniale.
Nonna Tzipora, sessantasei anni, se ne frega di tutto e di tutti, vive da sola in un appartamento nel centro di Tel Aviv e preferisce comunicare con scrittori morti piuttosto che con i vivi. Come traduttrice si è cimentata in una impresa titanica: rendere in ebraico il Finnnegan’s Wake di Joyce. Ha avuto Noa da un irlandese che voleva farla abortire ed è stata così egoista da dire la cruda verità alla figlia. Si sente più vicina alla nipote che a lei, con cui ha sempre avuto un rapporto conflittuale.
Anche Tzipora, come Noa e come Gabriela, non sarà lasciata nella sua comfort zone, anche per lei sarà un bene. Inizia a sentire una voce interiore che le assegna un compito straordinario: questa voce è Dio. Il dialogo è esilarante, degno della grande tradizione umoristica ebraica. Al tempo stesso è qualcosa di estremamente serio e grave. «È venuto il tempo per una donna. Il mondo vuole sentire una donna». Il Santissimo le chiede di diventare la sua traduttrice, per un popolo che ha smesso di credere.
Perché proprio lei, un’intellettuale atea che non ha educato la figlia alla religione dei padri? Tzipora non ha timori reverenziali, gli risponde che non crede in Lui e lo manda al diavolo. Dio replica: «Io sto per mandare al mondo un grande frastuono». Tzipora compra una Bibbia, fa alcuni saggi delle sue qualità profetiche e, incredibilmente, ci azzecca sempre. Fosse lei la nuova Deborah? «Il Signore abbandonò il suo Popolo e riempì ogni orecchio con il grande frastuono del silenzio». La profezia, pronunciata su un affollato treno per Gerusalemme, viene filmata da qualcuno, il video diventa virale, ha milioni di visualizzazioni su Youtube, se ne parla perfino alla Knesset. Complice anche un piatto di Gefilte Fish, la popolarità della nonna propizia una inattesa reunion di Tzipora con sua figlia e sua nipote.
Come coglierà queste tre donne, più o meno all’inizio, a metà e alla fine della loro esperienza terrena, il “grande frastuono” che incombe su tutti noi? Come reagiranno? Ne usciranno segnate ma incolumi, lo sanno, ora che si sono ritrovate.
Un libro che non si può non leggere, perché parla di NOI, di ME, di TE.
