Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Non dico addio” di Han Kang
Livorno 3 marzo 2026 2026 Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Non dico addio” di Han Kang
“Non è mai troppo tardi per leggere un buon libro”
Rubrica di recensioni, a cura dello scrittore e traduttore Maurizio Grasso.
Non sono sempre necessariamente recensioni di libri appena usciti, ma di “buoni libri”.
Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Non dico addio” di Han Kang
Non dico addio è l’ultimo romanzo pubblicato dalla premio Nobel coreana Han Kang.
L’io narrante è Gyeong-Ha, una scrittrice che sta pagando un altissimo prezzo personale per aver raccontato in un libro un massacro avvenuto molti anni prima nel suo Paese. Per tutto il tempo della stesura è tormentata da incubi tremendi, e anche quando, conclusa l’opera e consegnato il manoscritto, spera di essersi sottratta all’influsso pernicioso di quella storia, si rende conto che ci è ancora dentro fino al collo e che sbarazzarsi a comando di tutto quel dolore non le sarà possibile.
L’addio a cui si riferisce il titolo è alla vita, che la donna pur struggendosi non riesce a dire. Giorno dopo giorno, redige e poi strappa testamenti su testamenti.
Gyeong-Ha si imbatte presto in un trauma peggiore del suo, quello dell’amica Inseon. Dopo una carriera di documentarista ha deciso di ritirarsi sull’isola di Jeju per dedicarsi a lavori artistici di falegnameria. Inseon si è recisa le falangi di due dita con la sega elettrica e Gyeong-Ha, informata con un messaggio, va a trovarla nell’ospedale della capitale dove è stata trasportata. Inseon deve sopportare ogni tre minuti una terapia dolorosissima ma inevitabile per prevenire la cancrena delle dita ricucite. Anche lei, come l’amica, è costantemente sul crinale dell’addio, anche lei non molla.
Perché l’ha chiamata? Per chiederle un «favore irragionevole». Nelle lunghe analessi sulla loro amicizia Gyeong-Ha fa parlare Inseon in prima persona, trasformandola in un secondo io narrante. Ma non finisce qui. Nel racconto di Inseon se ne annida un terzo, quello di sua madre, testimone di uno dei più atroci massacri fratricidi che anticipò la guerra di Corea: trentamila civili trucidati tra il 1948 e il 1949. Anche questa vecchia non ha voluto dimenticare, non ha detto addio al ricordo per quanto doloroso. La storia della madre di Inseon è dentro quella di sua figlia, a sua volta dentro quella di Gyeong-Ha, come tre matrioske.
Il compito assegnato da Inseon all’amica sembra impossibile: raggiungere con un aereo l’isola quella sera stessa per dare da mangiare a un pappagallino che altrimenti morirà, eppure Gyeong-Ha resiste, anche lei non molla, malgrado i continui tentennamenti. Resiste agli ostacoli, all’emicrania intollerabile, a una bufera di neve. A questo punto della trama, la suspence e il genius loci prendono il sopravvento. I fatti per Gyeong-Ha assumono i tratti del sogno, dell’allucinazione, entrano nella metafisica dell’esistenza. Una lezione: ciascuno non è solo dove si trova il suo corpo, ma anche dove è rimasta impigliata la sua anima.Nell’io narrante principale si può riconoscere la stessa Han Kang, ce lo suggeriscono alcune coincidenze. Le dimissioni da una rivista letteraria in gioventù riguardano sia lei che il suo personaggio. Gli anni della sofferenza di Gyeong-Ha sono per Han quelli tra il 2012 e il 2014, quando sarebbe finalmente uscito Atti umani, romanzo corale dedicato al massacro di Gwangju, una rivolta popolare soffocata nel sangue dall’esercito sudcoreano nel maggio del 1980.Quella della Kang è una letteratura tutta al femminile. Se in altre opere personaggi maschili fanno quanto meno da riempitivo, in Non dico addio sono del tutto assenti. Come in altri romanzi dell’autrice coreana, anche qui c’è una coralità di io narranti. Anche qui, come ne La vegetariana, per esempio, ritroviamo incubi spaventosi, truculenti. Donne sospinte fino alla malattia mentale da ragioni esterne, che le prendono contropiede, del tutto impreparate. La vegetariana Yeong-hye deperisce a causa del ribrezzo che le fa la carne, finanche quella di suo marito che vuole accoppiarsi con lei; la scrittrice Gyeong-Ha resta segnata da un’esperienza che non ha vissuto direttamente, ma che ha rivisitato nei documenti con un’empatia pari a quella che avrebbe provato se fosse stata testimone diretta.Dove rintracciare nella biografia di Han Kang le radici di questa ossessiva necessità di inabissarsi in un trauma femminile? Da frasi sparse qua e là nel romanzo, si percepisce che l’intollerabilità del dolore altrui, il dolore prima di una morte violenta che un miliardo di individui deve aver provato nella sanguinosa storia dell’umanità, ha nelle donne il loro epicentro sensitivo: dell’immane accumulo di sofferenze della Storia queste innumerevoli Antigoni sono le medium coatte, coloro che sanno «che dolore terribile sia l’amore». Perché? Semplicemente perché danno e non tolgono la vita?È questo dolore la ferita sempre aperta di Han Kang, che si fa sentire periodicamente, talvolta urla nei suoi testi. La scrittrice ha dichiarato di aver sofferto di emicranie periodiche fin da quando era adolescente, e di aver creduto che ciò fosse un karma che la inducesse a “mantenere l’umiltà” e la consapevolezza della propria vulnerabilità. Una sorta di santo, visionario martirio. D’altra parte, il suo riconosciuto capolavoro, La vegetariana, pare sia stato ispirato da un verso di una poesia del poeta coreano Lee Sang: «Credo che gli umani dovrebbero diventare piante». Il poeta voleva così stigmatizzare la feroce oppressione subita dai coreani durante l’occupazione giapponese: nel suo pacifismo estremo, l’unica soluzione alla fine della violenza dell’uomo sull’uomo è l’implosione del mondo animale in quello vegetale.Questo è il romanzo della maturità di Han Kang, una donna ormai quasi sessantenne che non ci nasconde le sue eterne debolezze, le sue fragilità mai risolte. Lei stessa lo ha definito «una candela accesa negli abissi dell’anima umana». Per me è migliore del suo testo più famoso e premiato. Tre modi di non dire addio che corrispondono a tre mostri interiori da combattere: la sofferenza psichica, il dolore fisico, la memoria insostenibile di una tragedia personale.Benché la sofferenza sia una filigrana che attraversa tutto il racconto, pure, il registro che la scrittrice sceglie è sorvegliato, a tratti meticoloso, verrebbe da dire saggio. Lo sguardo si distoglie dalla grande ombra della vita che incombe piena di pericoli per chinarsi su dettagli minuscoli, delicati, come il formarsi di un fiocco di neve o la leggerezza inverosimile di un uccellino. Analogamente, i flashback sul passato prendono un netto sopravvento su un presente problematico fino all’incubo, facendo svanire nel finale il discrimine tra realtà e sogno. Tutto rallenta per consentire la contemplazione di una verità intima, troppo fragile e silenziosa per avvertirsi nell’assordante rumore di fondo della routine.Un’attitudine profondamente orientale, questo rispetto, questo amore per il “piccolo” che si contrappone al timore per il “grande”, spesso misterioso e minatorio. Un senso del fatalismo quasi religioso. Si racconta la vita umana con tutto quanto essa può contenere di buono o di tremendo, ma sottovoce, con un insensibile, continuo diminuendo, con un sussurro che partecipa più della contemplazione, della melanconia piuttosto che della rassegnazione. Del resto il titolo stesso, Non dico addio, rivela che queste tre donne accettano sì la loro sorte, le loro sventure, ma non si fanno piegare da esse: insomma non mollano.
