Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Punto Omega” di Flannery O’Connor
Livorno 14 gennaio 2026 Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Punto Omega” di Flannery O’Connor
“Non è mai troppo tardi per leggere un buon libro”
Rubrica di recensioni, a cura dello scrittore e traduttore Maurizio Grasso.
Non sono sempre necessariamente recensioni di libri appena usciti, ma di “buoni libri”.
Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Punto Omega” di Flannery O’Connor
Flannery O’Connor è ormai considerata una delle maggiori scrittrici di racconti del secondo Novecento. La sua vita, calpestata e abbreviata da una malattia terribile, il lupus, che le portò necrosi in tutte le parti del corpo, non le ha impedito di esprimere il suo sublime artigianato letterario. Flannery è stata la Mary Poppins della letteratura americana, con un pizzico di gotico e una grossa manciata di ironia. E pensare che il suo stravagante DNA si manifestò a soli sei anni, quando godette di un’effimera celebrità locale perché aveva insegnato a un pollo a camminare all’indietro.
Dalla sua penna escono solo storie perfette, di cui non si può cambiare una parola senza deprezzarle. La narrativa della O’Connor ci rivela una seconda realtà più vera della prima, anche e soprattutto quando lei sembra irriderla, parodiarla.
Punto Omega è il titolo della traduzione italiana recentemente ripubblicata da Minimum Fax di Everything that Rises Must Converge, seconda e ultima raccolta di racconti uscita postuma nel 1965, dieci anni dopo A Good Man Is Hard to Find e pochi mesi dopo la scomparsa prematura dell’autrice. Come per la prima silloge, si tratta di storie minime, racchiuse in un angusto spazio-tempo provinciale che, tuttavia, può precipitare in un attimo da una ridicola, quasi grottesca routine nella tragedia. Questi ultimi racconti sono se possibile più cupi e bizzarri di quelli usciti un decennio prima, sicuramente più maturi, di quella lucida maturità che invade chi sente che sta per perdere l’ultima battaglia.
Ci si chiede dove Flannery abbia attinto tanta visionarietà sulla natura umana, soprattutto allorché circostanze eccezionali o fortuite la spingono a esprimere il proprio lato più misterico e tenebroso, lei che una volta aggravatasi fece una vita casalinga, intrattenendo rapporti soprattutto epistolari. Una specie di Emily Dickinson del XX secolo in prosa.
Punto Omega somiglia a una storia a episodi della sconfitta. In questi racconti le disgrazie avvengono perché nessuno le sente arrivare, perché i personaggi equivocano sul prossimo, vedono il bene al posto del male e viceversa. Il lettore assiste impotente, forse divertito alla gag della vita che ordisce impunemente le sue macchinazioni ai danni dell’individuo, di gonzi che cadono in trappole lampanti agli occhi di tutti fuorché ai loro. Questa è quasi una costante nei racconti di Punto Omega.
Qual è l’idea di fondo di Flannery? Che la gente non sa riconoscere la negatività negli altri? oppure che il malvagio si dissimula sempre? Direi entrambe le cose. Sembra voglia farci credere che le persone si innamorino di un’immagine ingannevole degli altri che si sono costruite a dispetto di ogni evidenza, e che la seguano, ignorando qualunque segnale della realtà, fino alle estreme conseguenze.
Flannery O’Connor era profondamente cattolica, eppure tutta la sua opera ci dimostra che, per lei, l’istinto del bene si incarna negli ottusi e quello del male alligna in cervelli brillanti. Come scrittrice cattolica, Flannery non crede nella redenzione del cattivo, il quale pare convinto che in fondo all’inferno se la divertirà un sacco, tutt’al più gli trova delle giustificazioni di carattere sociale: l’ambiente sordido in cui sono cresciuti e altre cause consimili.
Il suo stile e le sue scelte estetiche hanno probabilmente influenzato narratori come Raymond Carver e David Leavitt, perché le storie di Flannery sono spaccati di un mondo tangibile e verosimile, e poco importa che il minimalismo sia un movimento essenzialmente urbano mentre lei è espressione della Deep America che, a quasi un secolo dalla Guerra di secessione, si tiene ancora aggrappata alle sue radici agricole e schiaviste. Ma il lirismo spianato, la fulminante ironia di Flannery io non l’ho più trovata in nessun autore statunitense venuto dopo di lei.
Il primo racconto, che dà il titolo al volume sia nell’originale inglese che nella traduzione italiana, è un viaggio in autobus di una donna di mezz’età rimasta ancorata a un’idea paternalista e post-segregazionista della gente di colore, mentre il figlio Julian, che la accompagna a una seduta di dimagramento, fa di tutto per mostrarsi lontano da quello stereotipo e cordiale verso qualunque nero incontri. Anche nel secondo, Greenleaf, il dolore si acquatta dietro la storia di un toro randagio che la proprietaria di una tenuta cerca di far tornare dai legittimi padroni. La descrizione dell’epilogo, mezza pagina, merita tutto il prezzo del libro e ricorda certe immagini metafisiche del miglior Hemingway. Il lirismo onirico e insieme stralunato di Flannery torna anche in racconti come La veduta del bosco e Malattia mortale. Gli agi della casa ci ripropongono una storia più leggera, quasi gogoliana, dove il dramma perde ogni cupezza, torna insensato e grottesco come nei racconti giovanili. Gli storpi entreranno primi, dal titolo evangelico e dallo svolgimento sulfureo, è esemplare dell’ostinazione del protagonista a voler vedere in un suo sfortunato, storpio protetto virtù che non possiede e, per contro, a ignorare di esserne costantemente preso in giro e vilipeso. Rivelazione trasforma l’angusta sala d’attesa di un medico in una specie di simposio platonico sui temi prediletti della provincia americana: i neri, l’allevamento del bestiame, la pulizia personale e la maleducazione dei giovani… finché non accade qualcosa di impensabile.
La O’Connor ha bisogno di un certo numero di pagine per far carburare la propria fantasia, per farla letteralmente volare sopra i destini di gente che non può vedere ma sa che esiste, scoprendone le intrinseche geometrie che, come elementi chimici quando reagiscono, provocano dal nulla situazioni drammatiche. È davvero un talento alla Mary Poppins inventare la realtà con l’immaginazione. Il risultato è che i suoi sono quasi dei micro-romanzi, il lettore se ne rende conto quando la storia è finita, ne inizia un’altra con nuovi personaggi che appaiono fin dalla prima riga e si avverte una cocente nostalgia per quelli appena lasciati, consumati, per non aver potuto conoscere il seguito delle loro vicende.
