Libri, recensioni 2 Gennaio 2023

Recensioni – “Patagonia Express” di Sepulveda, prima vittima illustre della SARS-Cov2 che avrebbe avuto ancora molto da dare ai suoi lettori

“Non è mai troppo tardi per leggere un buon libro”

Livorno 2 gennaio 2023 –  “Non è mai troppo tardi per leggere un buon libro”

Rubrica di recensioni, a cura dello scrittore e traduttore Maurizio Grasso.

Non sono sempre necessariamente recensioni di libri appena usciti, ma di “buoni libri”.

Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Patagonia Express” di Luis Sepulveda

Prima vittima illustre della SARS-Cov2, sono convinto che il grande scrittore cileno Luis Sepulveda avesse ancora molto da dare ai suoi lettori. Quanto a prendere, un Nobel io dico che se lo sarebbe meritato.

Patagonia Express di Luis Sepulveda poteva iniziare soltanto in un modo: col resoconto del suo appuntamento con Bruce Chatwin a Barcellona. Lo scrittore di Valparaiso lo paragona a un incontro tra due cani randagi; prima di decidere se aggredirsi l’un l’altro oppure procedere di conserva, si annusano il posteriore. L’inglese donò al cileno una delle sue tante Moleskine (oggi fin troppo trendy ma negli anni Ottanta praticamente introvabili). Si scambiarono la promessa che, se Luis avesse avuto il via libera al ritorno in patria dalle autorità cilene, sarebbero andati insieme in Patagonia. Bruce morì pochi mesi prima e Luis decise di mantenere la promessa a modo suo. Lo fece viaggiare con sé, passeggero clandestino del Colono, vecchio traghetto venuto a tirare le cuoia alla “fine del mondo” dopo aver battuto mari europei.

Un placido, indolente soggiorno nel “Sud del mondo” diventa occasione per raccogliere qua e là vicende degne di essere raccontate. Niente ordinaria follia, qui tutto è straordinario e straordinariamente edificante. Come la storia del villaggio di pescatori dove è istituito un premio per la migliore bugia. Oppure la drammatica vicenda del piccolo Panchito, un bambino poliomielitico; la sua vita amorfa era stata scossa dall’amore di un delfino. Panchito morì di tristezza quando l’esuberante cetaceo, forse morto, un’estate non tornò più dal suo piccolo amico.

C’è l’aviatore Carlos, innamorato del volo fin da bambino e che riuscì a coronare il sogno di pilotare aerei. Le sue avventure sono inverosimili, per esempio la trasformazione con mezzi di fortuna di un bimotore arenatosi su una spiaggia in un idrovolante. Oppure l’aviotrasporto della salma congelata di un potente padrone di grandi fattorie. C’è l’indio andino che da due giorni portava sull’asino il cadavere del suo socio; non poteva seppellirlo fintantoché un notaio non avesse regolarizzato la loro comproprietà e messo nero su bianco ciò che spettava alla vedova.

Che dire poi del capitano Palacios col suo sgangherato Cessna? Licenziatosi dalla Texaco perché odiava i gringos e amava l’Amazzonia, svolgeva funzioni di taxi aereo su quel territorio immenso i cui cieli era forse il solo a decifrare. Lo scrittore era andato a girare un documentario sulle devastazioni della foresta vergine. Palacios promette al suo passeggero che potrà sempre contare su di lui quando si tratterà di metterlo in quel posto a “quei figli di puttana” — per lui gli americani erano il vaso di Pandora del mondo, a ogni latitudine.

C’è il funerale di Carlitos il falegname. In realtà è un certo Klaus Kucimavich, fisico sloveno simpatizzante degli ustascia croati, scappato in Argentina per sfuggire alla polizia di Tito. Ma dopo la cattura di Eichmann neanche Buenos Aires era più sicura per quelli della sua parte politica, sicché si era rifugiato in Patagonia. Là aveva scoperto il biogas dalle merde delle mucche e il buco nell’ozono. Lo chiamavano “il falegname” perché era uno scienziato umile e, all’occorrenza, riparava di tutto senza chiedere un centavo.

E altri personaggi. Sono storie affascinanti, che importa se talvolta sembrano inverosimili? In posti come questi, lontani giorni e giorni di viaggio dal primo barlume di civiltà, il verosimile è un concetto assai relativo. Stiamo parlando di «un mondo dove non si fanno domande e il passato è semplicemente una faccenda personale».

Insomma, Luis Sepulveda si trasforma in un etnologo di una specie particolare: lo studioso dell’etnia patagonica. Nessun manuale di scienze umane la censisce. Essa esiste soltanto per chi, avventurandosi in questo Sud che più Sud non c’è, a furia di starci a contatto ne assorbe la filosofia di vita. È un reportage emozionale, un viaggio nella geografia dei sentimenti più che dei luoghi. Lo scrittore cileno non può non cogliere l’occasione per trasmettere al lettore, con l’espediente di narrare fiabe per adulti, la sua scala di valori. Ossia: l’uomo innanzitutto. Il resto è décor. L’uomo libero, l’uomo che appartiene a se stesso e alla natura lo affascina. Ma l’uomo conculcato, l’uomo dimenticato, l’uomo braccato lo commuove e lo indigna sempre.

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