Libri, recensioni 23 Agosto 2022

“Un brav’uomo è difficile da trovare”, un libro sorprendente. “Non è mai troppo tardi per leggere un buon libro”

Livorno 23 agosto 2022 –  “Non è mai troppo tardi per leggere un buon libro”

Rubrica di recensioni, a cura dello scrittore e traduttore Maurizio Grasso.

Non sono sempre necessariamente recensioni di libri appena usciti, ma di “buoni libri”.

Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere Un brav’uomo è difficile da trovare (Minimum Fax, 2021)

Un libro sorprendente

Un brav’uomo è difficile da trovare (Minimum Fax, 2021) è un libro tanto più “sorprendente” se si pensa che in Italia pochi l’hanno letto; i più non l’hanno neanche sentito nominare. Ciclicamente qualche curatore meritorio lo ripropone, ma i titoli di questa autrice americana non restano a lungo nei cataloghi. Al contrario, negli States è considerata un’icona della narrativa grottesca, trasgressiva e controcorrente, pur essendo la O’Connor una fervente cattolica.

Attraverso dieci titoli si dispiega la travolgente forza narrativa di questa ragazza. Ha lottato per un quarto di secolo — oltre metà della sua esistenza — con una malattia che all’epoca non perdonava. Non le avrebbe concesso di festeggiare i quarant’anni.

Un brav’uomo è difficile da trovare uscì nel 1955. La sua autrice aveva trent’anni ed era già gravemente malata dello stesso male (“lupus eritematoso”) che le aveva portato via il padre a quindici.

Il Sud di Flannery O’Connor

Flannery O’Connor ritrae la provincia agricola degli Stati del Sud; quella dei lunghi rettilinei deserti in mezzo a sterminate pianure; quella dei roadhouses dove a servire c’è una signora bene in carne; se solo le si dà un po’ di corda, spiffera tutta la sua vita a chiunque.

La O’Connor è una Mary Poppins della letteratura americana con un pizzico di gotico e una bella manciata di sarcasmo. Piomba su un foglio bianco e dalla sua penna si sprigiona una storia perfetta, come una seconda realtà più vera della prima. Le metafore di Flannery O’Connor restano impresse, hanno l’inventiva di una mente vergine e visionaria. In alcuni racconti, conoscendo qualche dato della sua vita, si coglie una suggestione autobiografica; è probabile che tutti le siano stati ispirati da un episodio reale attorno al quale la sua fantasia ha costruito magistralmente il resto.

Ogni storia nasce in una realtà di tutti i giorni, ma ha in sé un germe latente di follia. D’un tratto esso si manifesta in tutta la sua virulenza; la fa deviare da una tranquilla routine per catapultarla in una realtà aliena, incomprensibile, spesso drammatica. Non appena ci si sporge fuori dal proprio cerchio di normalità, ecco che ci si ritrova nel pieno di una tempesta. La tempesta della Casualità che, in un modo o nell’altro, finisce per sconvolgere qualunque equilibrio, qualunque innocenza.

A volte, la consuetudine viene squarciata da un’epifania, come nel racconto Un colpo di fortuna. C’è comunque, in ogni storia, un cambio di passo, una dinamica, sia essa un’ascesa verso la rivelazione o una discesa agli inferi.

«Ogniqualvolta mi chiedono perché gli scrittori del Sud hanno un debole per i personaggi anormali, rispondo che siamo ancora capaci di riconoscerne uno»; è quanto scrisse in un suo articolo. Il mondo dei racconti di Flannery O’Connor, si è già detto, è il Sud rurale. Non c’è traccia di civiltà urbana, se non ne Il negro artificiale. I due protagonisti, un nonno e un nipote, decidono di fare una gita “formativa” ad Atlanta. Ne ricavano un’esperienza talmente traumatica da giurare entrambi di non rimetterci più piede.

Il Sud di Flannery O’Connor “sarebbe” lo stesso di Harper Lee, ma nei racconti della O’Connor non c’è la minima traccia di denuncia sociale. Sulle persone di colore i suoi personaggi sono tutti d’accordo senza eccezioni. Neanche uno che sia vagamente simile all’eroico avvocato Atticus Finch de Il buio oltre la siepe. Non esiste una “questione dei neri”, tutto è cristallizzato come se si fosse ancora ai tempi di Via col vento. Quel mondo conchiuso, insomma, che ha dovuto digerire l’abolizionismo ma si è tenuta stretta la sua segregazione più o meno esplicita. Sono le ultime vestigia di un Sud confederato e sconfitto dalla Storia. Un Sud con i suoi villaggi abitati da soli bianchi, con i suoi ranch isolati. I neri vi recitano l’eterno ruolo di individui senza nome e senza speranza, proprio come in un vecchio film sudista.

Ma definire la O’Connor una “razzista culturale” (come fu certamente un gigante del calibro di William Faulkner) sarebbe troppo “forte”. È vero, in certe storie i neri sono invisibili, fanno parte dello sfondo come i campi e i boschi. Altre volte —per esempio ne Il profugo, l’ultimo e più lungo dei dieci racconti — fanno un passo avanti. Ma solo per consentire all’autrice di sfoderare il suo atteggiamento paternalistico. «Il tuo posto è troppo in basso perché qualcuno cerchi di fregartelo», dice il vecchio Astor al giovane Sulk nel ranch di Mrs. McIntyre.

Un amore più forte della malattia

Da cattolica, Flannery O’Connor non può identificarsi sempre e pienamente con questi WASP del Sud. Una classe tutt’altro che estinta, come la cronaca targata USA continua a dimostrare. Ce li ritrae pieni di pregiudizi, dalla mentalità gretta e dalla visuale limitata. Sono ignoranti oltre ogni decenza ma non avvertono mai questo deficit, neanche per sbaglio, come una minorazione. Provano un’atavica diffidenza e paura verso tutto ciò che non appartiene al ristretto orizzonte che conoscono a memoria.

La vita di Flannery O’Connor è stata tutta in salita, ma non le ha mai tolto il gusto per ciò che amava. Cominciò a scrivere poesie e racconti a dodici anni. A sedici perse il padre. Non conobbe il sesso e neanche l’amore passionale. Qualche cotta. Il suo vero amore è stato la scrittura, e lo coltivò fino all’ultimo giorno.

Impedita dalla malattia a viaggiare, Flannery iniziò a frequentare per corrispondenza altri scrittori. Il suo calvario con la salute inizia a venticinque anni. Prima un’operazione, poi la scoperta di aver ereditato dal padre la stessa malattia incurabile. Non si dà per vinta e continua a lavorare al suo primo romanzo, La saggezza del sangue. Malgrado sia costretta a camminare con le stampelle, non rinuncia alle proprie aspirazioni creative. Con grande tenacia, comincia pian piano a farsi conoscere. Qualcuno intuisce che in lei c’è la stoffa della grande scrittrice. La cura contro il lupus è quasi peggiore della malattia. I dolori non la abbandonano mai, la sostiene la fede cattolica. Nel suo ultimo sprazzo di lucidità chiede l’estrema unzione. Morirà a trentanove anni. Ci lascia due romanzi e questi ineguagliabili dieci racconti.

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