Libri, recensioni 30 Agosto 2022

Un “salutare” pugno nello stomaco. “Non è mai troppo tardi per leggere un buon libro”

Livorno 23 agosto 2022 –  “Non è mai troppo tardi per leggere un buon libro”

Rubrica di recensioni, a cura dello scrittore e traduttore Maurizio Grasso.

Non sono sempre necessariamente recensioni di libri appena usciti, ma di “buoni libri”.

Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere Un “salutare” pugno nello stomaco

Questo volumetto di sole 128 pagine (Feltrinelli, 2022) non lascerà indifferenti i suoi lettori. Non ci dice cose che nella sostanza non conosciamo; ma ecco sotto i nostri occhi le perversioni, i soprusi, i silenzi colpevoli della “civiltà” occidentale, tutti insieme in una gremita, macabra vetrina di orrori. È uno spettacolo insostenibile (a meno di non voler chiudere anche stavolta gli occhi), un vero pugno nello stomaco, per quanto salutare.

Alex Zanotelli, padre comboniano, ottantatré anni, lo dice apertamente. Il suo non è “un atto di accusa”, ma un tentativo di aiutare la tribù bianca a “cambiare rotta”. Aiutare, attraverso il racconto di secoli di schiavismo, colonialismo e neocolonialismo, a riscoprire l’empatia verso gli ultimi.

Zanotelli fa parte del popolo della Chiesa, oggi diviso come non mai; per le stesse ragioni è diviso il mondo laico. C’è chi apre alla Storia e, cogliendone le tendenze inarrestabili, accetta di fare di necessità virtù. C’è chi si chiude a essa, cercando di mettere maldestramente un bastone tra le sue ruote per bloccarne il corso. Quindi NO alla società multietnica, NO allo ius culturae, NO all’accoglienza, addirittura in nome di Cristo. Immaginiamo Gesù. Ha salvato l’adultera dalla lapidazione, ha accolto la prostituta, ha dedicato una parabola al buon pagano di Samaria; ce lo vediamo ad apostrofare lo straniero, l’altro con lo slogan: «Prima il Popolo Eletto»?

Gli errori della “tribù bianca” vengono da lontano

Rimettersi alla Storia non è un atto di rassegnazione, è un segno di saggezza oltre che di ritrovata umanità, ci fa capire padre Alex. Non è solo una questione etica. Tra un paio di decenni saranno più i pensionati della popolazione in età lavorativa. Molti economisti, non animati dallo zelo cristiano di Zanotelli, indicano l’apertura delle frontiere (la “soluzione Merkel”) come l’unica strada per evitare l’imminente catastrofe.

Nella Chiesa questa crepa tra chi apre e chi chiude è arrivata fino al vertice. La Chiesa, per la prima volta, ha un papa divisivo. Divisivo tra cattolici conservatori e progressisti, con i primi che gli fanno la guerra da anni. Per una volta, non dal basso nascono le istanze rinnovatrici. Con la sua enciclica “Fratelli tutti” Papa Francesco, chiedendo la trasformazione della societas in fraternitas, si candida a essere il grande Utopista postmoderno. Tutti lo odono, nessuno lo ascolta. Come il Battista. Speriamo sia anche lui un precursore.

Il libro di Zanotelli non è un’accorata omelia. È un’inchiesta documentata su quella che lui chiama la “piaga del suprematismo bianco”, diffusa in tutto il mondo occidentale senza eccezioni. Alla base di tutto c’è la paura. I suprematisti non credono nell’integrazione etnica, hanno il terrore di quella che qualcuno chiama Eurabia, un apocalittico scenario di “sostituzione” dei cristiani con i musulmani.

Vale la pena di citare una frase che dà una chiave di lettura dell’esistenza di Alex Zanotelli. È tornato in patria dopo anni in Africa per un motivo preciso. «Toccare il cuore e la mente della tribù bianca, in obbedienza ai baraccati di Korogocho che mi hanno rispedito in Italia a “convertirla”».

Già, la tribù. Un termine con cui noi europei abbiamo etichettato per secoli i neri e ora ci colpisce come un boomerang. Così ci chiamano molti africani. Perché gli Hausa della Nigeria, scrive padre Alex, ottanta milioni, dovrebbero essere una tribù, mentre gli svizzeri, appena otto milioni, si possono definire “popolo”?

L’Africa che insegna

Cosa restava a questo prete coraggioso, scomodo profeta in patria, estromesso da Nigrizia dalle pressioni di una politica ambigua se non collusa? Andare a incontrare di persona l’altro. Arrivato nel Continente nero, sente il profondo bisogno di chiedere perdono per il male che la tribù bianca ha fatto a quei popoli. Va a vivere in una delle baraccopoli che circondano Nairobi, una città nella quale, in pochi chilometri, si passa dal paradiso all’inferno. Non una qualunque: la più violenta e degradata, Korogocho.

Padre Alex sceglie di vivere come gli “scarti” umani, in una baracca. Mangia ciò che mangiano loro, va a prendersi l’acqua potabile con una tanica. Vive insomma la loro stessa realtà di stenti e pericoli, spesso costellata di conflitti ed episodi violenti. Chi sono i suoi “parrocchiani” di Korogocho? I raccoglitori di rifiuti tenuti sotto schiaffo dalla criminalità locale. I bambini di strada organizzati in bande. I malati di AIDS. Le dodicenni che vanno in città a prostituirsi. Ciò che lo colpisce, che lo fulmina, sono la spiritualità e il candore mostrati dagli “ultimi” nella loro quotidiana tragedia. La serenità con cui affrontano il dolore e la morte. «Dio c’è, sta nell’inferno degli ultimi». Dopo dodici anni a Korogocho, Padre Alex torna in Italia con un incarico che non può eludere — una promessa che deve mantenere.

La Lettera alla tribù bianca diventa a questo punto un capitolo di storia molto particolare. La storia dello sfruttamento della tribù bianca sul resto del mondo, in base a una presunta superiorità culturale, civile, religiosa.

Non è un fenomeno archiviato nei libri di storia. Il neocolonialismo è in atto, ci dice Zanotelli, soprattutto nella martoriata Africa che, diversamente dal continente asiatico, non ha mai risollevato la testa. Lo sfruttamento continua con il placet di governanti feroci e/o corrotti. Cosa li differenzia dai capi tribù che un tempo, nei porti africani, vendevano agli europei come schiavi gli uomini catturati fra le tribù nemiche? All’Europa e agli Usa si è aggiunta ora la Cina, che sta comprando interi pezzi di Africa. Questo magnifico Continente di cui tutti siamo figli non ha pace. La locuzione desueta di “Paesi in via di sviluppo”, non esita ad affermare Zanotelli, è rimasto un macabro eufemismo.

Il razzismo e il silenzio

Ovunque si sia perpetrato il dominio spietato della tribù bianca, gli occhi della Chiesa ne sono stati testimoni, non di rado muti. Il missionario è stato troppo spesso il cappellano che ha segnato con la croce stragi di innocenti. Per secoli abbiamo creduto di portare la civiltà cristiana ai “barbari”. Malgrado i cambiamenti di ordine sociale, giuridico, comportamentale, sotto molti aspetti ci crediamo ancora. Sono queste le radici, per Zanotelli, del cosiddetto suprematismo bianco.

Il razzismo, scrive padre Alex, la paura e il rifiuto dell’altro non sono una prerogativa europea, sono un fenomeno comune a tutti i popoli. Insomma, un istinto che è parte della natura umana. Se lo si accetta, è già un primo passo per combatterlo, prima in noi e poi negli altri.

Il Paese dove la contraddizione razzista è più evidente, sostiene Alex Zanotelli, resta l’America. Con Lincoln nell’Ottocento fu abolito lo schiavismo, che si trasformò in segregazione; la segregazione è oggi una discriminazione razziale ancora dura da sradicare dalla mentalità americana. Zanotelli identifica una “Epifania dei primatisti bianchi” nell’assalto di Capitol Hill del 6 gennaio 2021 organizzato dai seguaci di Trump con il suo benestare. Oggi questa tendenza è diffusa, non risparmia alcun Paese. Cosa fare? Siamo di fronte all’eterno conflitto, alla irriducibile dialettica tra il potere delle Idee e le idee del Potere. Le prime ne sono uscite vincitrici soltanto sulle carte costituzionali.

Quale futuro

Quale futuro ci aspetta? Sospetto chiama sospetto, violenza chiama violenza, guerra chiama guerra. La nostra società, ci dice padre Alex, non ha speranze se non si reindirizza verso la pacificazione e il perdono. Papa Francesco per primo si è incamminato su questa strada salvifica.

Siamo a un bivio. Il dilemma non è tanto tra sovranismo e globalismo, quanto tra inclusione ed esclusione, termini che sottolineano la natura etica che una società umana dovrebbe avere. Non c’è mai stata una società umana di “tutti fratelli”, come auspica l’utopista Bergoglio. Forse non ci meritiamo ancora persone come Bergoglio e Zanotelli. Forse stiamo perdendo l’ultimo treno per aprire finalmente un ciclo virtuoso dell’umanità.

La lettera si chiude con un accorato appello finale ai giovani; sono la sola speranza per un futuro non catastrofico del Sapiens; devono credersi singolarmente indispensabili e a nessun costo lasciarsi scoraggiare.

Non posso esimermi dall’osservare che questa appassionata lettera è più efficace nell’indignare che nel convertire. Io, per quanto già convertito, non sono più giovane da un pezzo e mi agito nelle sabbie mobili del mio pessimismo. Capisco tuttavia che un uomo con la storia di Alex Zanotelli non possa che guardare in alto e in avanti.

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